Il pasticcio sul libero accesso al mare non è solo questione di rapporti tra Ue e Italia. Le leggi si possono interpretare, derogare, prorogare e perfino superare in un conflitto tra quadri normativi di cui il cittadino è spesso testimone quotidiano. Il caso più emblematico di “interpretazione creativa” delle norme nazionali sul libero accesso al mare operato in ordinanze locali è forse Livorno, città nota per i bagni privati recintati con muro e filo spinato, il cui accesso è subordinato al pagamento di tariffe da capogiro. A chiarire un quadro normativo nazionale già cristallino era arrivata la legge 296 del 2006 che parlava tra l’altro di “obbligo per i concessionari di garantire il libero e gratuito accesso e transito, per il raggiungimento della battigia antistante l’area compresa nella concessione, anche al fine di balneazione” aggiungendo poi “il vincolo per gli Enti Locali, nel predisporre i piani di utilizzazione del demanio marittimo, a individuare un corretto equilibrio tra le aree concesse a soggetti privati e gli arenili liberamente fruibili nonché a individuare le modalità e la collocazione dei varchi necessari al libero transito per il raggiungimento della battigia, anche ai fini della balneazione”.

Poiché a Livorno i bagni sono recintati come un’area militare si rischiava che, in nome di questa legge, qualcuno chiedesse di entrare senza biglietto. Ecco allora intervenire l’amministratore locale. Il primo luglio 2010 il Comune di Livorno emette un’ordinanza per la balneazione nella quale sta scritto che “in considerazione delle peculiarità morfologiche della costa livornese che non ha una connotazione uniforme ed è prevalentemente di libero accesso, delle caratteristiche edificative e strutturali degli insediamenti balneari nonché del garantito equilibrio tra aree in concessione e aree libere di balneazione, non si ravvede la esigenza di imporre ai gestori degli stabilimenti balneari il vincolo di consentire il libero attraversamento delle aree in concessione in quanto aree demaniali edificate e circoscritte che risultano prive di prospicienti arenili e di linea di battigia riservata all’attraversamento e al transito”. Il corretto equilibrio sancito nella legge non autorizzava alla negazione del libero transito, ma a Livorno sono riusciti a far passare anche questo.

Abituati a chiamare normalità qualcosa di illegale, siamo spinti a familiarizzarci al punto tale da non riconoscerla più come tale. Quanto accade a Livorno si replica in Versilia, in alcune insenature meravigliose del Gargano di Puglia, nella celebre Costa Smeralda o a Ostia. In alcuni casi i concessionari hanno prima messo delle sbarre, poi recintato e infine apposto servizi d’ordine che impediscono l’accesso al mare. E non sempre l’hanno fatto illegalmente, forti dell’interpretazione creativa di norme nazionali operata a livello locale.

Il “lungomuro” di Ostia e l’accesso “quasi impossibile”
La storia più nota è forse quella del “lungomuro” di Ostia, formula comunicativa con cui è stato ribattezzato il “lungomare” della frazione costiera di Roma. Qui l’area demaniale in affidamento corrisponde alla quasi totalità del litorale ed i concessionari sono arrivati al punto di recintare completamente il punto di accesso all’arenile con siepi, teli coprenti e addirittura una muraglia simile a quella di Livorno. Nell’aprile di quest’anno si era esposto pubblicamente a riguardo anche il comandante della Capitaneria di Porto di Roma Fiumicino Lorenzo Savarese con una lettera al sindaco Ignazio Marino, impegnatosi in campagna elettorale a dare soluzione alla catena di problemi legati al litorale: Savarese ha ricordato che l’accesso per l’uso pubblico alle aree demaniali marittime è “quasi impossibile” e che erano stati previsti interventi su quelle “opere realizzate nell’ambito delle concessioni demaniali marittime” che “con il loro impatto […] limitano la visibilità del bene paesaggio” ma “sembra che diversi di tali lavori non siano stati eseguiti nei tempi previsti”. La Capitaneria di Porto aveva tentato di avviare la strada risolutiva indicando due varchi storici ai lati del noto Pontile dei Ravennati entrambi oggi inaccessibili poiché – scrive Savarese – si presentano “uno con accesso murato e l’altro chiuso con un cancello”. Nonostante le rimostranze di Legambiente, Radicali, M5s e Verdi, e gli annunci confortanti del X Municipio, ancora i varchi restano chiusi.

Sardegna “senza limiti”. Per i privati
La Sardegna vive il problema in modo marginale rispetto ad altre regioni, ma presenta bene una componente specifica della questione, dove l’impossibilità di raggiungere l’arenile si deve non alla perimetrazione di aree in concessione demaniale per attività ricettive, ma a vere e proprie proprietà private che includono la costa. Ne è esempio tipico la Costa Smeralda. “L’area tra Olbia ed Arzachena – racconta il blogger e giornalista sardo Francesco Giorgioni – ha ricevuto un’urbanizzazione di aree di costa precedente alla “legge ponte” (la legge del 1967 con cui si iniziò a regolamentare l’urbanizzazione selvaggia del post-guerra italiano), e lì ci sono casi eclantanti dove l’accesso libero all’arenile non è consentito per la presenza di ville o strutture ricettive private. Nella zona di La Celvia, vicino all’hotel Cala di volpe, le spiagge sono di fatto chiuse. Così come nel caso di Capriccioli dove la famiglia Fumagalli (proprietaria della Candy) ha circa 40 ettari di terreno privato, chiusi da un cancello, dove sono state costruite due ville a ridosso di una spiaggia inaccessibile a quanti non sono ospiti della famiglia”. In un caso pare sia venuto in soccorso dell’illegalità persino un decreto governativo, quando Zaky Yamani Zaki – l’ex ministro del petrolio saudita che spinse l’Opec nel 1973 a quadruplicare il prezzo del greggio – ricevette l’autorizzazione da Roma a perimetrare e proteggere il tratto di costa acquistato nel 1975 da Henry Ford (quello dell’auto) sul quale costruì una villa di oltre 1000 metri quadrati. E l’accesso al mare? Vietato per motivi di forza maggiore.

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