So cosa sono la sopraffazione, l’umiliazione, l’asservimento, la violenza, l’annichilimento. Perché sono una donna.

Fin dalla notte dei tempi, per sopraffarmi, umiliarmi, asservirmi, violentarmi, annichilirmi, l’uomo inventò la favola di un paradiso originario da cui fu cacciato per mia colpa. E per secoli mi relegò ad esser serva, m’identificò col mio ventre, derise ogni mia aspirazione, sbeffeggiò ogni mio tentativo di affrancamento.

Si servì della forza delle mie braccia nei campi, e più tardi nelle fabbriche, e non mi ringraziò mai.

Mi cedette al suo padrone perché a lui toccasse il privilegio di violarmi la notte del mio matrimonio.

Ebbe paura di quella conoscenza segreta, clandestina, che per secoli le mie sorelle si erano tramandate, una conoscenza che non capiva, mi chiamò strega e mi bruciò su pire ardenti.

Si arrogò il diritto di decidere per me ogni cosa, io fui un oggetto. Decise il mio destino, scegliendo come faceva a lui più comodo. Usò la mia forza e usurpò il mio merito. Ebbe paura della mia intelligenza e tenne, geloso, ogni conoscenza per sé.

Mi maledisse mille volte, mi abbatté mille volte. E mille volte mi rialzai. Ogni volta più determinata.

Entrai nelle sue università e nei suoi templi. Mi conquistai il diritto di studiare, di sapere, di conoscere. Mi conquistai il diritto di decidere del mio corpo, perfino della maternità. Mi conquistai il diritto di andarmene da lui, di lasciarlo.

Non fui più serva, non fui più ventre, non fui più cosa.

Fui donna.

E da donna non dimentico la sopraffazione, l’umiliazione, l’asservimento, la violenza, l’annichilimento. Da donna non posso consentire che si ripetano, che si perpetuino. Da donna non posso permettere che altre sorelle siano considerate alla stregua di cose, di oggetti, la cui vita non appartiene loro ma ad altri padroni.

Da donna non posso permettere che nessuna persona sia privata dei propri diritti e della propria libertà come lo fui io. Non posso consentire che nessuna persona debba elemosinare ciò che gli appartiene come fosse invece una magnanima concessione da parte di qualcun altro. Da donna non posso immaginare che in virtù di ciò che si è si possa essere discriminati, stigmatizzati, soverchiati.

Da donna non potrò mai tollerare che ad un uomo non sia permesso chiamare famiglia la sua unione con un altro essere solo perché l’altro essere è un uomo, che a una donna non sia possibile amare un’altra donna senza poter saldare quel legame con un riconoscimento di diritti. Non potrò mai accettare che un uomo non possa oggi lasciare i propri beni al compagno di una vita e debba invece saperli depredati da consanguinei che spesso sono stati i primi a ferirlo, emarginarlo, umiliarlo. Non potrò mai rassegnarmi all’idea che una donna, in pericolo di vita, sia privata del diritto che sia la sua compagna a decidere con lei, per lei, quali cure seguire. Non potrò mai sopportare che un amore, qualsiasi amore, possa valere meno di un altro e che a decidere quanto valga un amore siano gli stessi che per secoli mi hanno tenuta schiava.

Non potrò mai, perché sono una donna. Perché so cosa significa dover combattere per avere ciò che è tuo. Perché combatto ancora oggi, mentre le mie sorelle ancora vengono sopraffatte, umiliate, asservite, trattate come cose, come oggetti, e infine uccise. Perché combatterò sempre, di fronte a qualunque tentativo di prevaricazione, di tirannia, di vessazione. Perché ho imparato a rialzarmi e non sopporterò mai che ci sia qualcuno tenuto in ginocchio.

Chiunque sia.