Ancora contestazioni sulle spese dei gruppi consiliari della Regione Emilia Romagna da parte della Sezione di controllo regionale della Corte dei Conti. Nonostante le sentenze con cui la Corte Costituzionale aveva archiviato, di fatto, le irregolarità rilevate dai magistrati contabili nei rendiconti dei partiti eletti in viale Aldo Moro, relativi all’anno 2012, la Procura della Sezione sta recapitando, in questi giorni, ai capigruppo, gli atti di contestazione alcune spese giudicate “irregolari”, effettuate sia nel 2012, lo stesso anno oggetto di delibera della Consulta, sia alla fine del 2011. Pranzi, cene, contratti di collaborazione, consulenze: su queste e su altre voci ora i capigruppo dovranno fornire, entro 60 giorni, le loro controdeduzioni, sulla base delle quali la Procura della Sezione deciderà se procedere con l’archiviazione o con la citazione in giudizio, entro il termine di 120 giorni. A darne notizia sono gli stessi gruppi consiliari dell’Assemblea Legislativa, che in una nota congiunta sottolineano di aver agito secondo le regole: “Siamo certi di aver sempre rispettato tutte le regole vigenti, e come abbiamo fatto in analoghe circostanze avvieremo subito gli approfondimenti necessari per far valere in qualunque sede le nostre ragioni, convinti che si tratti di voci di spesa giustificate, perfettamente regolari e funzionali alla nostra attività”.

A rispondere alle dichiarazioni dei nove capigruppo regionali, tuttavia, sono gli stessi atti di contestazione dalla Procura della Sezione, che accusano di “mala gestio” i partiti di viale Aldo Moro, imputabili di spese “palesemente prive di qualsiasi giustificazione e collegamento con l’attività istituzionale del gruppo”. A citare alcuni passaggi di uno degli atti recapitati in queste ore ai presidenti dei gruppi consiliari, atti diversi tra loro in quanto gli importi contestati cambiano per ogni partito, è l’agenzia Dire. “Dalle prove documentali acquisite – scrivono i magistrati contabili – appare fondata su riscontri contabili dotati di analiticità e concretezza, la sussistenza del danno patrimoniale arrecato alla Regione Emilia Romagna in conseguenza di fattispecie di mala gestio dei contributi regionali. Il vincolo di destinazione, impresso dalle disposizioni normative, consente di ritenere illecite, giuridicamente illogiche ed economicamente irrazionali, perché eccedenti i limiti del mandato istituzionale attribuito dall’ordinamento regionale ai gruppi consiliari” le spese oggetto di contestazione.

Per quanto riguarda le sentenze della Consulta, quelle che avrebbero dato ragione all’Emilia Romagna poco prima della chiusura delle indagini condotte dalla Procura della Sezione, poi, come riporta sempre la Dire, i magistrati contabili sono chiari: “Nessuna prerogativa di insindacabilità può essere riconosciuta agli atti ‘esorbitanti’ dei consiglieri regionali, che non siano riconducibili, cioè, secondo un ordinario canone di ragionevolezza, all’autonomia dei Consigli e alle esigenze ad essa sottese”.

Il braccio di ferro tra la Sezione e la Regione Emilia Romagna, del resto, era iniziato nel 2013, e almeno la partita relativa ai rendiconti del 2012, la giunta guidata da Vasco Errani credeva di averla vinta. In seguito alla delibera con cui i magistrati contabili avevano comunicato all’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea Legislativa di aver riscontrato “irregolarità e carenze” nelle spese effettuate dai gruppi consiliari nel 2012, spese pagate con i soldi dei contribuenti per un totale di 1,8 milioni di euro, infatti, i capigruppo avevano risposto con un ricorso in Corte Costituzionale: “Prima dell’entrata in vigore del decreto Monti – spiegava Errani – per stabilire la rimborsabilità delle spese si faceva riferimento alla legge regionale 32/97”. Pertanto, diceva il presidente della Regione, applicare ai rendiconti degli anni precedenti l’entrata in vigore del decreto le nuove regole di controllo “è un’oggettiva disapplicazione della legge regionale”.

Errani, quindi, aveva sollevato un conflitto di attribuzione contro la Sezione di controllo regionale davanti alla Consulta. E il ricorso era stato vinto dalla Regione Emilia Romagna. Non solo, infatti, attraverso due sentenze la Corte Costituzionale aveva decretato la cessazione degli effetti della delibera della Corte dei Conti (num. 12 del 5 aprile 2013), che fissava i criteri per i controlli sui rendiconti 2012, e della (num.15 del 5 luglio 2013), che precisava la funzione solo ricognitiva dei controlli stessi. Ma aveva anche, per quanto riguarda l’Emilia Romagna, annullato le due delibere della Sezione regionale oggetto del contendere: la numero 234 del 12 giugno 2013 che contestava ai Gruppi assembleari gli 1,8 milioni di euro di spese irregolari, e la numero 249 del 10 luglio 2013 che rinviava all’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa ‘a provvedere nei termini di legge’ sui rendiconti 2012.

Per questo, dicono oggi i capigruppo, “fatichiamo a capire i presupposti di questo procedimento”. Delle notifiche, cioè, che in questi giorni la Procura della Sezione regionale sta inoltrando ai presidenti dei 9 partiti eletti. “In seguito al pronunciamento della Corte Costituzionale – dicono i capigruppo – l’Ufficio di Presidenza ha preso atto della regolarità dei rendiconti 2012, stabilita anche dal parere di conformità dell’allora Comitato dei revisori, composto da professionisti esterni all’ente (e l’Emilia Romagna era l’unica Regione a essersi dotata di revisori esterni)”. “Non sappiamo – fanno sapere dalla Regione – se le spese che oggi ci vengono contestate siano esattamente le stesse che erano iscritte nei nove elenchi allegati alla delibera del 2013, quella con cui la presidenza dell’Assemblea Legislativa veniva informata delle irregolarità riscontrate dai giudici contabili nei rendiconti del 2012. Tuttavia i rendiconti sono gli stessi, a cui sono state aggiunte alcune voci di spesa relative alla fine del 2011, ma messe a bilancio nel 2012”.

Una bella grana per la giunta Errani, già al centro delle indagini della Procura della Repubblica di Bologna, che da mesi sta indagando sulle spese effettuate dai gruppi consiliari tra la metà del 2010 e la fine del 2011, con tanto di iscrizione nel registro degli indagati per peculato di tutti e nove i capigruppo. Indagine in cui sono confluite le contestazioni della Sezione relative ai rendiconti del 2012. E che, sempre la Regione, pochi mesi fa si è vista recapitare, dalla Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti, una delibera relativa questa volta al 2013, in cui si contestavano 150.000 euro di spese irregolari da restituire. A questo punto, tuttavia, ai presidenti dei nove gruppi consiliari non rimane altro che presentare le controdeduzioni rispetto alle contestazioni mosse. “In caso di citazione in giudizio – precisano i capigruppo – l’udienza e la discussione di merito avverranno nei termini stabiliti dal presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti, cui seguirà la sentenza del collegio, che è appellabile presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti di Roma.
Si prospettano dunque tempi lunghi, per un procedimento di cui fatichiamo a capire i presupposti”.