220 mila euro di rimborsi per pranzi e cene chiesti dal Pdl, 145 mila dal Pd, 53 mila dalla Lega Nord, 18 mila dal Movimento 5 Stelle e 6,5 mila dall’Udc. Hanno speso quasi mezzo milione di euro al ristorante, da soli o in compagnia di militanti e simpatizzanti, i nove gruppi consiliari eletti in viale Aldo Moro, sede della Regione Emilia Romagna. A fare i conti sono gli inquirenti: secondo quanto emerge dall’inchiesta per peculato della procura di Bologna, infatti, si va dai 18.000 a consigliere spesi in poco più di un anno dai membri del Popolo della Libertà, per un totale di 220.000 euro, ai 13.000 a testa pagati dagli eletti in quota Carroccio, in tutto 53.000 euro, ai 6.000 per i 24 colleghi democratici, per un totale di 145.000 euro. 18.000 euro è invece la cifra spesa dal Movimento 5 Stelle in 19 mesi, che nella prima parte di quest’ultima legislatura, fino al 2012, contava ancora entrambi i consiglieri eletti, Andrea Defranceschi e Giovanni Favia, che oggi si trova al gruppo misto.

Spese che potrebbero essere ordinarie o illecite, saranno gli inquirenti a stabilirlo, ma che in alcuni casi hanno un valore politico oltre che economico: come quelle attribuite all’ormai ex capogruppo del Pd Marco Monari, che ha recentemente abbandonato la presidenza dei democratici di viale Aldo Moro – ma non la poltrona da consigliere ordinario – proprio per essersi fatto rimborsare 30.000 euro di pasti in ristoranti di lusso, da Rodrigo a Bologna, al San Domenico di Imola, a Le Calandre di Padova, con soldi pubblici. O come quelle dell’ex capogruppo berlusconiano Luigi Giuseppe Villani, finito nei guai anche per l’inchiesta sulla giunta Vignali a Parma: lui di euro, in un anno e mezzo, ne ha spesi 43.000, sempre tra pranzi e cene, spesso con parecchi commensali, anche quaranta alla volta, per un totale di circa 2.200 euro al mese pagati dai contribuenti.

Ma i pasti non sono l’unico elemento sul quale gli inquirenti stanno indagando per capire se i fondi a disposizione dei gruppi consiliari siano stati spesi per scopi istituzionali oppure per attività per le quali non sarebbe legittimo ottenere un rimborso, come le iniziative di partito. Accanto al conto dei ristoranti, infatti, la procura, sempre nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalle Pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari, con la supervisione del procuratore capo Roberto Alfonso e dell’aggiunto Valter Giovannini, ha analizzato anche le fatture relative a hotel e pernottamenti. In questo caso, il più prodigo si è rivelato essere il Pd, che in 19 mesi ha speso 17.000 euro, seguito dal Pdl 2.000 euro, dai 5 Stelle 1.100 euro e dall’Udc, 1.700.

Tra le fatture esaminate ce n’è una da 1.100 euro intestata a Marco Monari dall’hotel “Dei Dogi” di Venezia, relativa al soggiorno di una singola persona per due notti, risalente al 5 giugno 2011. Fattura che sarebbe stata pagata in contanti, e quindi priva di giustificazioni. E sempre a Monari sono riferiti 800 euro spesi a fine luglio per un soggiorno di due notti all’albergo “La Bussola” di Amalfi, a metà con un altro consigliere democratico, Roberto Montanari. 800 euro che secondo Montanari stesso corrispnderebbero però a un rimborso regolare: “Ero a lavorare – chiarisce infatti il democratico – era un’attività perfettamente consentita dalla legge, si trattava di un seminario di area democratica”.

Nell’occhio del ciclone anche il Movimento 5 Stelle, che però respinge le accuse: “I rendiconti sono online dal 2010”. “Ho fatto i conti – sottolinea Andrea Defranceschi, capogruppo del Movimento 5 Stelle e unico consigliere regionale grillino rimasto dopo la defezione di Giovanni Favia, passato al gruppo misto – 18.000 euro in 19 mesi, divisi tra due consiglieri, calcolando 21 giorni lavorativi medi ogni mese fa 22 euro a testa, al giorno. Che è ciò che abbiamo riportato sul nostro sito”. La cifra, secondo quanto riferito da Defrancheschi: “non comprende solo i pasti dei consiglieri, ma anche quelli dei dipendenti, con i quali andavamo a mangiare alla mensa” che si trova nel parco adiacente alla Regione “o alla bocciofila” nei pressi di viale Aldo Moro. Una media di 9 – 11 lavoratori tra assunti dalla Regione e collaborazioni co.co.pro a cui rimborsavamo i pasti visto il già magro stipendio che percepivano”. Almeno finché il decreto Monti del 2012 non ha abrogato la norma, prevedendo rimborsi per i dipendenti solo qualora questi si trovino in trasferta per lavoro. Defranceschi non ci sta, quindi, a finire nella stessa lista occupata da chi compra gioielli o bottiglie di vino: “Non sono mai stato né ad Amalfi, né a Venezia e a parte alcuni casi di trasferte per lavoro non ci sono cene né pazze né normali”. L’accusa è rivolta soprattutto a chi ha paragonato le spese del Movimento a quelle del Pd, descrivendo le prime come superiori alle seconde. “Ho fatto uno screenshot del sito di Repubblica e lo manderò al mio avvocato che valuterà se ci sono gli estremi per una querela – spiega Defranceschi – non ho intenzione di stare in mezzo a questo calderone”.

Problematico spiegare le spese per l’ex capogruppo del Popolo della libertà. Villani, infatti, a metà gennaio fu arrestato, o meglio “sottoposto a misura cautelare” e “parlare con lui – spiega Galeazzo Bignami, consigliere regionale e vice capogruppo – è diventato impossibile senza autorizzazione”. Successivamente, fino ad aprile 2013, quando Villani si è dimesso e al suo posto è stato nominato Bazzoni, è stato priprio Bignami il capogruppo “facente funzione”, “senza indennità, e quindi senza responsabilità”, precisa, solo che a quel punto il bilancio 2012 era già stato chiuso. E non solo di quelle spese non si sapeva nulla nel Pdl, ma “molte cose le stiamo scoprendo ora leggendo i giornali”.

La politica, in viale Aldo Moro, rimane comunque quella del “silenzio”, in attesa che emergano ulteriori dettagli dalle indagini degli inquirenti”. “Per ora sono indiscrezioni – commenta Gian Carlo Muzzarelli, assessore alle Attività produttive della Regione – ne sento tante ogni giorno, io non ho visto nessun documento. So che siamo persone serie, ognuno risponderà del proprio operato, se ha sbagliato”. Le dimissioni di Monari, tuttavia, “sono un atto di responsabilità”, “aspettiamo l’esito” delle indagini, conclude, per capire se ci saranno altri consiglieri, democratici e non, indagati dalla procura. “Noi continuiamo a lavorare, con la riservatezza e l’impegno di sempre”, ha detto il procuratore aggiunto e delegato ai rapporti con la stampa della Procura di Bologna, Valter Giovannini.