Il presunto killer di Yara è stato fermato. Se è davvero lui, ha vissuto una vita “normale” per gli ultimi quattro anni, assieme alla propria famiglia e ai suoi tre figli. Il rimorso per aver ucciso una ragazzina di tredici anni, non era evidentemente sufficiente per confessare e consegnarsi alle autorità.

In provincia di Milano, un uomo massacra la moglie e i due figli piccoli. Prima di ucciderla, ha un momento di intimità con lei. E dopo la strage, se ne va al pub a guardare la partita.

Per questi due casi si è arrivati ad una svolta, ma per Chiara, Meredith, Simonetta e tantissime altre, i loro assassini restano ancora senza un nome e un volto.  

Si tratta certamente di uomini.

Uomini che uccidono donne. E che poi riprendono le loro vite, magari da padri di famiglia, senza che il mondo esterno nutra il minimo sospetto su chi realmente siano.

Si tratta di uomini che non solo commettono crimini aberranti, ma li perpetuano ogni giorno in cui con la loro glaciale e calcolata impunità, vivono il privilegio della libertà senza segno alcuno di pentimento. Perché diversamente, la quotidianità sarebbe un inferno.

Ho letto che forse, l’uomo che tre giorni fa ha ucciso la sua famiglia, l’ha fatto perché invaghito di una collega.

Vorrei provare a riflettere sui fatti da una prospettiva diversa:

Tutto il mondo sa che l’uomo italiano fatica a staccarsi dalla figura materna. Caterve di storie e racconti popolari narrano di titanici scontri tra madri e nuore per la supremazia del territorio. E indipendentemente da chi vinca, gli uomini, nonostante l’età, non rinunciano ad un rapporto strettissimo, quasi giornaliero, con le proprie matrici.

Chi conosce meglio di una madre cosa passa nella mente di un figlio? Non fa alcuna differenza se ha cinque, venti o quaranta anni. Nonostante siano passati sotto la tutela di un’altra donna, la mamma è sempre la mamma, e sa.

Se è vero che il mondo malato di questi uomini è evidentemente un universo fitto di tenebre e demoni, inaccessibile anche alle loro compagne, quella persona che sa dovrebbe essere la prima a comprendere che uno sguardo, una parola, atteggiamenti equivochi nei confronti della vita e delle donne, potrebbero nascondere un mare nero.  

Questi uomini non sono stati instradati prima, e intercettati poi, nel loro disagio profondo.

Ester Arzuffi, la madre di Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto killer di Yara, dice che “se è stato lui, deve pagare”.

Potevano, con interlocutrici più attente, essere in qualche modo fermati?

E’ semplicistico fino al ridicolo pensare che sia tutta colpa delle madri, se così fosse nessuna donna farebbe più figli e degli psicologi dell’ultima ora son piene le fosse. Ma da madre, ora anche di un maschio, sento il dovere – ancora più che con le mie due figlie – e l’obbligo morale di guidarlo verso una certa strada.

Sarò dura nel non ammettere eccezioni quando si tratta del rispetto verso una donna, sia sua sorella, un’amica, la vicina o sua moglie.

Dovrò insegnargli che se una donna lo rifiuterà, non sarà perché è lui ad avere qualcosa che non va, ma che a volte, le campane suonano solo da una parte sola.

Dovrò fargli capire che si può possedere una casa ma non le persone che vi abitano, che si possiedono gli attimi vissuti insieme, ma non il domani.

Dovrò raccontargli che essere maschio vuol dire avere la forza di passare dall’altra parta, anche a costo di diventare impopolari.

E dovrà essere certo che io ci sarò, se il mondo intorno a lui crollerà, o quando una donna gli spezzerà il cuore.

Ci sarò.

Non solo per le lasagne della domenica. Perché altrimenti, non avrò capito niente.

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