Gas ai Paesi asiatici, tradizionali mazzette a tutti gli altri. Così il Qatar avrebbe comprato i mondiali di calcio del 2022. Da quando, il 2 dicembre 2010, il comitato esecutivo della Fifa ha scelto il Paese mediorientale, si sono rincorse voci su tangenti e corruzione. Un mese prima del voto di Zurigo due delegati Fifa erano stati sospesi perché filmati mentre offrivano il proprio voto in cambio di soldi.

Sei mesi dopo il presidente della Confederazione calcio asiatica, il qatariota Mohammed bin Hammam, è stato squalificato a vita per avere tentato di corrompere dei delegati caraibici. Nel febbraio 2013 Karl-Heinz Rummenigge è stato fermato mentre tornava da Doha con in tasca due Rolex d’oro del valore di 250 mila euro che si era dimenticato di dichiarare in dogana. Tanti indizi senza però la pistola fumante, una sorta di “so i nomi ma non ho le prove” pasoliniano. Fino a un paio di settimane fa, quando il Sunday Times, probabilmente grazie all’aiuto dell’Fbi che sta indagando sulla vicenda, è entrato in possesso di centinaia di migliaia di documenti ed email. E i nomi li ha tirati fuori tutti. Mentre la Fifa ha già annunciato che se saranno provate le responsabilità si procederà ad una nuova votazione, lo scandalo Qatar è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale per la presidenza dell’organismo mondiale del calcio che, nel giugno prossimo, vedrà sfidarsi Michel Platini e Sepp Blatter. I due già si stanno rimpallando la responsabilità, con il francese che rinfaccia a Blatter la vicinanza a bin Hammam e lo svizzero che denuncia le pressioni del governo francese per assegnare all’emirato il mondiale.

Visibilità, appalti, potere e soldi. Tanti, tantissimi soldi. I grandi eventi – Mondiali di calcio, Olimpiadi ed Esposizioni universali – sono spesso un’idrovora macina denaro. Per questo fanno gola e c’è chi, come nel caso delle accuse al Qatar, sarebbe disposto a disposto a distribuire mazzette pur di accapparrarseli. Non è la prima volta che succede. Certamente non sarà l’ultima. Spesso però l’organizzazione si trasforma in un boomerang che espone il Paese ospitante a una figuraccia internazionale e lo lascia con le casse esangui. Gli unici a uscirne bene sono palazzinari, politici e tutto quel sottobosco che sullo spirito olimpico, il gioco più bello del mondo e l’idea di progresso, fanno affari. Confermando la logica del capitalismo di rapina: profitti privati e debiti pubblici.

L’Olimpiade è a casa: la Grecia in default
Quando, il 5 settembre 1997, Atene sconfigge Roma nella corsa all’organizzazione dei giochi del 2004, le strade della capitale ellenica si riempiono. Nessuno immaginava che le olimpiadi di Atene 2004 avrebbero spianato la strada al default. Con un budget di oltre 10 miliardi di euro, le olimpiadi elleniche sono, per l’epoca, le più costose di sempre. Se a questo si somma il fatto che mai, negli ultimi trent’anni, un evento di questa portata era stato organizzato da un’economia così debole, si capisce quello che accadrà dopo. I lavori vengono ultimati col fiatone e, al termine dei giochi, il debito pubblico cresce del 6,4 per cento l’anno. “Con il boom turistico dei prossimi anni ci rifaremo”, è il mantra dei politici.

Accade l’esatto contrario: il costo degli alloggi esplode, i turisti vanno altrove. L’anno successivo la Grecia viene messa sotto osservazione dalla Commissione europea. L’immagine simbolo dell’eredità di quei giochi è quello della Grande passeggiata olimpica. A causa dei tagli al bilancio cittadino, negli anni successivi si ricopre di rifuti, diventando il simbolo del degrado del Paese. Diverso, ma altrettanto negativo, il caso di Atlanta ’96, l’unica olimpiade della storia a non essere definita la migliore dal presidente del Cio durante la cerimonia di chiusura. Qui i costi (1,4 miliardi di euro) sono stati coperti quasi interamente dagli sponsor, ma il boom dei mutui di quegli anni ha portato al fallimento varie banche locali e ha fatto crollare il valore degli immobili.

Sochi 2014 è un evento troppo recente per sapere se in futuro sarà bollato come un disastro. I 45 miliardi di euro investiti sembrano però un’enormità per un’olimpiade invernale. Quattro anni prima, Vancouver 2010 era costata nove miliardi, quanto la strada costruita per unire la stazione sciistica di Krasnaya Polyana alla città sul Caucaso.

Il conto infinito delle Notti magiche
Se la passeggiata olimpica è il simbolo del fallimento di Atene, le immagine delle ruspe che demoliscono lo stadio Delle Alpi di Torino sono l’eredità più brutta dei mondiali di Italia ’90. Dalla stazione Farneto a Roma – chiusa quattro mesi dopo la fine del mondiale –, ai parcheggi mai completati in tempo a Napoli e Palermo, la lista di opere inutili del mondiale italiano è sconfinata. Il costo totale, al cambio attuale, supera i 7 miliardi di euro, il doppio del mondiale tedesco di otto anni fa e tre volte quanto è costato il mondiale sudafricano. Perché così tanto? L’86 per cento dei lavori venne assegnato con procedura straordinaria, al di fuori di ogni controllo. Per questo la spesa finale fu del doppio rispetto a quella preventivata. Quel mondiale, che per gli azzurri in campo si concluse nelle mani del portiere parato da Sergio Goycochea, gli italiani lo stanno ancora pagando. E oggi, ventiquattro anni dopo, nel bilancio dello Stato ci sono ancora 61 milioni di euro da pagare per i mutui contratti allora.

Expo di Saragozza: la fine di un’epoca
Dalle olimpiadi di Barcellona all’Expo di Siviglia, negli anni 90 la Spagna si era convinta di essere diventata una fabbrica specializzata in grandi eventi. Il ritorno sulla terra, con atterraggio brusco, arriva nel 2008 con Expo Zaragoza. Per capire quel fallimento basta contare i visitatori: appena cinque milioni. Tre anni prima ad Aichi erano stati 22 milioni, due anni dopo a Shangai addirittura 78. Il bilancio di quell’edizione sfiora un passivo di mezzo miliardo di euro, ma i costisi moltiplicano negli anni successivi. Nel 2011 la regione di Aragon accetta che il governo centrale paghi i debiti pregressi consegnandogli proprietà e chiavi di alcuni edifici costruiti per l’esposizione universale. Nemmeno questo si rivelerà un buon affare. Un esempio è il padiglione centrale che, a causa della mancanza di compratori privati, sarà convertito a Città della giustizia. Dopo quel fallimento, nessuno Paese occidentale si impegnerà più per conquistare un’Expo. L’unica eccezione è Milano 2015. E tutti sanno come sta andando.

da il Fatto Quotidiano del 16 giugno 2014