Dopo il trasloco di Matteo Renzi a Palazzo Chigi i salotti fiorentini hanno perso il loro centro di gravità permanente. Orfano del “magnifico messere” che se ne è andato via spegnendo le luci della Leopolda, il rinascimento gigliato è rimasto a corto di primavere. Ora spera in quelle promesse da Dario Nardella che al primo turno delle ultime amministrative ha preso il posto lasciato libero da Matteo con una valanga di voti. In riva all’Arno lo chiamano “il giovane vecchio” perché non ha il piglio del coetaneo rottamatore. Ma i nobili fiorentini adorano fare i balocchi col potere. E, seppure con scarso entusiasmo, sono subito balzati sul nuovo carro che porta la stessa targa renziana. In realtà i “mecenati da Big Bang” non portano molta benzina al motore economico della città. La gran parte di queste dinastie campa soprattutto di moda, di vino o di rendite immobiliari. Ci sono i Pucci di Barsento, con Laudomia figlia dello stilista Emilio ed erede della griffe di cui ancora oggi cura l’immagine ma che nel 2000 è stata ceduta ai francesi di Lvmh. Sposata con l’amministratore delegato di Sace, Alessandro Castellano, Laudomia si diletta anche di olio e di eventi mondani. Come quello che sta organizzando per il prossimo Pitti Uomo: per celebrare Firenze durante le sfilate, impacchetterà con i foulard creati dal babbo nientemeno che il Battistero. Quasi una bestemmia, per i fiorentini, ma un affare per l’Opera del Duomo presieduta da Franco Lucchesi, amico di Marco Carrai. Attorno a Pitti ruotano anche i Della Gherardesca, con Sibilla che si occupa di relazioni e Gaddo che vende pubblicità, e i principi Corsini che affittano l’omonimo palazzo di famiglia per molti eventi della kermesse di moda.

A introdurre in società il giovane Matteo sono stati però i Frescobaldi. Una delle eredi, Livia, è amica di Carrai e nel 2009 ha affittato a Renzi la mansarda di proprietà del marito marchese Luigi Malenchini. Poi ci sono gli Antinori, iscritti all’Arte dei Vinattieri dal 1385, che hanno creato di recente un trust familiare per assicurarsi certezza nelle successioni e in cui custodire l’azienda industriale con 1. 700 ettari di vigneti. Fra i trustees, ovvero le figure esterne a cui viene affidata la gestione del trust, c’è anche Ferruccio Ferragamo. Che proviene da una famiglia di origini campane diventata famosa a Firenze prima con la casa di moda fondata dal nonno Salvatore e poi col business alberghiero.

I Ferragamo (con il fratello di Ferruccio, Leonardo) presiedono anche l’Associazione Partners Palazzo Strozzi, che dal 2006 riunisce un gruppo di aziende private impegnate a sostenere con attività di fund raising la Fondazione Palazzo Strozzi guidata dall’ex banchiere della Bce nonché renziano della prima ora, il conte Lorenzo Bini Smaghi. Il quale è anche cugino di Jacopo Mazzei, ex presidente dell’Ente Cr Firenze, consuocero dell’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni, amico nonché finanziatore di Renzi ma soprattutto erede di un’altra storica famiglia fiorentina. Il cui dna intreccia vigna e finanza. Ovvero la produzione vinicola di Fonterutoli e la Cassa di Risparmio di Firenze, che i Mazzei hanno guidato e aiutato a crescere, ma dalla quale hanno pure ricevuto ampi prestiti. Oggi il gruppo, fondatore ed emblema del Chianti Classico, è in crisi di liquidità. Le banche creditrici impongono una ristrutturazione del debito di circa 43 milioni (22 con Cr Firenze e 10 con Mps) che ha superato di oltre quattro volte il fatturato delle aziende di famiglia. Mazzei ha presentato un piano di risanamento per convincere gli istituti. Compresa la Cassa fiorentina finita nel 2007 sotto il controllo di Intesa Sanpaolo, mentre il 10 % è rimasto in mano all’omonima Fondazione (che fra i consiglieri di amministrazione conta anche Carrai e Raffaello Napoleone, imparentato con i Mazzei e ad di Pitti Immagine).

Nelle scorse settimane l’ente ha eletto all’unanimità il nuovo presidente: Umberto Tombari, 48 anni, ordinario di diritto commerciale all’università di Firenze, fondatore dello studio legale dove ha lavorato anche il ministro Maria Elena Boschi ma soprattutto il candidato in quota renziana e assai gradito all’inner circle delle fondazioni. Con i suoi 20-23 milioni da spandere ogni anno sul territorio, l’ente fiorentino è ancora considerato il forziere della città e controlla anche circa il 4% di Intesa nonché il 17% dell’aeroporto di Peretola. Ecco perché gestirlo, garantisce dei poteri assai ambiti all’ombra del cupolone del Brunelleschi. Poteri ma anche responsabilità. La situazione economica ha messo in ginocchio sia le piccole e medie imprese, sia i big del settore immobiliare e della grande distribuzione.

A questo trend generale si aggiungono gli errori commessi dal circuito delle Coop, spesso frutto di logiche più “politiche” che finanziarie, come la scelta di realizzare ipermercati e centri commerciali low cost quando negli stessi anni nascevano lussuose gallerie nell’hinterland e outlet con griffe scontate in provincia. I guai peggiori sono arrivati poi dal fronte finanziario. Nei bilanci di alcune di queste grandi cooperative, in primis della Unicoop uscita con le ossa rotte dal capitale del Montepaschi, sono state registrate svalutazioni importanti che hanno portato forti perdite. Nel frattempo a Firenze si è consumata la battaglia sulla Camera di Commercio (azionista dell’aeroporto e di Firenze Fiera) che ha scelto il nuovo presidente: è Leonardo Bassilichi, attuale vicepresidente della Confindustria locale e proprietario insieme al fratello Marco dell’omonima azienda che opera nel settore della monetica e nei servizi di back office e di cui è azionista – nonché principale cliente – anche Mps. Renziani della prima ora, i Bassilichi sono anche soci della Editoriale Fiorentina, che pubblica il dorso di cronaca locale del Corriere della Sera. Nuove poltrone e nuove porte a cui bussare per le grandi famiglie fiorentine in cerca di nuove primavere.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 11 giugno