Mercoledì 11 giugno è uscita una notizia importante, ma che pochi in Parlamento hanno commentato. La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso di Alessandra Bernaroli, la transessuale che si era vista imporre dal Comune di Bologna e dalla Corte d’appello il divorzio da sua moglie, dopo aver completato la transizione da uomo a donna. Ma non solo. La Consulta ha anche invitato il legislatore a lavorare per introdurre unioni civili, in grado di regolare forme di convivenza al di fuori del matrimonio.

Insomma, lo ha compreso la giustizia, lo ha intuito il mercato, se ne sta accorgendo (seppur un po’ timidamente) la pubblicità: esiste un’Italia che nasce, vive, cresce e muore in un totale vuoto normativo. Sono famiglie, coppie, e single. Tra loro ci sono persone buone e meno buone, stupide e intelligenti, oneste e disoneste. Non sono migliori di altri, sono semplicemente uguali a tutti gli altri, nei pregi e nei difetti. Ebbene, ogni giorno queste persone devono inventarsi escamotage più o meno creativi per fare anche le azioni più banali. Ossia tutto quello che al resto del Paese è garantito per legge e consentito senza battere ciglio. Come visitare un compagno/a ricoverato/a o andare a prendere la figlia o il figlio a scuola. 

La politica ne è cosciente, ma sembra cieca e sorda, incapace di interessarsi, ma soprattutto di agire sul terreno dell’estensione dei diritti. Per quanto si dovrà ancora aspettare? Il ventennio berlusconiano è finito, si parla di nuova stagione e di “cambiare verso”, eppure nulla da questo punto di vista è cambiato o, pare, cambierà a breve. Quante sentenze dovranno ancora mettere nero su bianco quello che appare semplicemente come un ragionamento di buon senso? Possibile che un governo che si vanta di avere un premier giovane e rivolto al futuro non riesca nemmeno ad avvicinarsi e ad affrontare con decisione, e senza compromessi, tutta la questione che ruota attorno alla riconoscimento dei rapporti affettivi tra omosessuali e transessuali?

Di sicuro il tema non è al centro del dibattito politico ed è comparso molto poco anche nell’ultima campagna elettorale. E’ chiaro che i leader, sempre pronti a solleticare la pancia più conservatrice del Paese, credono che non paghi in termini di consenso. Ma siamo poi così sicuri? Le disuguaglianze sono insopportabili. Una buona parte del Paese lo sa, e prova imbarazzo e vergogna. E non parlo solo di coloro direttamente coinvolti. Ma anche di persone che dall’estensione dei diritti non trarrebbero alcun vantaggio (o svantaggio) concreto. Eterosessuali cattolici, per fare un esempio. Non tutti la pensano come Giovanardi. E forse molti italiani sono già più avanti di chi li governa.

Allargare la possibilità di sposarsi, di avere una famiglia, di certificare davanti allo Stato e alla legge il proprio rapporto affettivo sarebbe una decisione che finalmente porterebbe l’Italia fuori da una situazione da terzo mondo. Sono certa che avere il coraggio di muoversi in questa direzione, liberandosi dai lacci di un passato che non è più in grado di leggere la realtà, sarebbe accolta da molti italiani, non solo gay, come una rivoluzione necessaria e assolutamente indispensabile. E chissà, forse alle prossime elezioni, potrebbero ricordarselo.