Accidenti se Livorno fu comunista, prima del 1921 e dopo la guerra. Forse la più rossa delle città italiane e non è un paradosso che oggi abbia vinto il partito dei Cinque Stelle. E guai a confondere Livorno con Bologna: Bologna è stata per tanti anni l’intreccio di più poteri, la Chiesa, la Massoneria e il Partito, appunto. A Livorno no, ha contato solo il Partito. E hanno contato le genti di Livorno, il sottoproletariato che andava dall’orafo e si faceva fare la catena con la falce e martello. Fatti così. Gente di mare e di forti passioni. Come le libecciate d’inverno.

Nessun obiettivo di spiegare cosa è successo, ma due episodi sì, vanno raccontati. Era il 1960. Nella Livorno comunista, c’erano due fronti contrapposti: quello di una parte dei cittadini esasperati e quello della Folgore che nel nome e nell’insegna, nella baldanza militaresca, evocava un potere antipopolare, ma soprattutto fascista. La caserma della Folgore spezza a metà la città, ma ha sempre vissuto una vita propria recintata dal filo spinato.

Una banale scazzottata per questione di donne fra alcuni parà e un gruppo di ragazzotti degenerò in una battaglia per la leggerezza degli ufficiali che mandarono in libera uscita la truppa. Raccontava Aldo Santini, grande inviato dell’Europeo: “Quando vedemmo avanzare sull’Aurelia un reparto perfettamente inquadrato, con gli scarponi da lancio, intuimmo come sarebbe finita. Male. Non avevamo i telefonini per mettere in guardia la polizia. D’altronde, il questore era già in campana. Il reparto marciò compatto fino in piazza Grande, accolto da fischi e sfottò. Qui, a un ordine, i parà si slacciarono i cinturoni e si aprirono a macchia di leopardo scatenandosi in un’azione di commando. Vetrine infrante, filobus danneggiati, persone travolte. La reazione popolare non si fece attendere. Dalla loro sede sciamarono i portuali che lavoravano ancora a forza di braccia e parevano armadi a quattro ante. Quando i parà giunsero in piazza Cavallotti, dalle finestre presero a piovere conche, vasi di terracotta, bottiglie, pentoloni pieni d’acqua. Fu una battaglia”.

A Roma temettero una sommossa, una rivolta della città contro l’ordine costituito. Finì con una pace firmata in Comune. Da allora i parà portano il basco amaranto, colore della città. Ma continuano a ignorarsi coi livornesi.

L’episodio la dice lunga su cosa sia Livorno. Capace di metabolizzare l’insofferenza e poi esploderla in rabbia, anche fisica. Città generosa, fino all’estremo. Siamo nel 1976, e racconto un altro episodio. Tutti i giornalisti del Telegrafo e i tipografi ricevono dalla sera alla mattina una lettera di licenziamento. Attilio Monti, il petroliere nero o “Cavalier artiglio”, come lo chiamavano, chiuse il giornale. Aveva già la Nazione e il Telegrafo era d’impaccio ai suoi piani. Così lo chiuse. I giornalisti la mattina stessa si costituirono in cooperativa, ma poteva non bastare. Fu il sindaco comunista a requisire, con un atto storico, il giornale. Lo requisì. E fu una rivoluzione. Il Telegrafo che fino al giorno prima vendeva 30.000 copie passò alle 60.000. E accadde perché i livornesi si schierarono a difesa del loro giornale. I portuali, prima di montare di notte, passavano dalla tipografia a prendere le copie che avrebbero venduto sulle banchine.

Violenta, generosa. E comunista. Cosa è rimasto di allora? Quasi tutto. Sono i partiti e i sindaci che sono cambiati attorno alla città. Ma Livorno è la stessa. Un messaggio l’ha lanciato e chiaro: non stiamo con Renzi. Siamo nati comunisti e non moriremo democristiani.