Il nuovo sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha scelto di iniziare il suo mandato parlando il linguaggio dei simboli: proviamo a prenderlo sul serio.

La giunta si è riunita per la prima volta sul sagrato di San Miniato al Monte, la basilica romanica che da mille anni domina la città, e che oggi è il punto panoramico preferito dai turisti: la location da cui inquadrare Firenze nella cartolina più classica. E la parola chiave di questo spot a favore di fotografi e telecamere è stata – chi l’avrebbe mai detto? – “bellezza”. Il messaggio è chiarissimo: perfetta continuità con la retorica della “città più bella del mondo”. La retorica che ha guidato gli ultimi due secoli della Firenzina e, senza alcuna soluzione di continuità, anche i cinque anni renziani.

La giunta questa mattina alle 9 a San Miniato. Subito dopo in sala degli Otto a Palazzo Vecchio per la prima seduta pic.twitter.com/kJqCfJ4pK2

— Comune di Firenze (@comunefi) 6 Giugno 2014

Anzi, il messaggio è stato, letteralmente, questo: il sindaco e la giunta fanno proprio lo sguardo dei turisti, anche per loro Firenze coincide con la sua cartolina.

È un messaggio che cerca la sintonia con la pancia della città: che ha eletto plebiscitariamente Nardella. La psicologia media dei miei concittadini è quella di un usufruttuario di un bene del quale non ha alcun merito, e che, in fondo, non ama, non capisce, non gode. E che si limita a sfruttare, non essendo interessato a niente di diverso, a niente di nuovo. Finché il Rinascimento va, lascialo andare. L’unica cosa che interessa è vendere il ‘brand’, il marchio Firenze. Ogni decisione, dalla più piccola alla più grande, è sottoposta alla logica dell’affittacamere. Lo ha scritto benissimo Antonio Tabucchi, quindici anni fa: «Firenze è una città volgare. Tale volgarità…non consiste tanto nella pacchianeria di una bellezza resa venale, e che contrasta peraltro con le deplorevoli condizioni in cui la città stessa è tenuta, al di là di ogni colore dell’amministrazione del momento. …Credo che Firenze, più che ogni altro luogo italiano, abbia saputo coagulare quasi magicamente in sé la volgarità che aleggia sull’Italia contemporanea (come forse su certi altri paesi europei) fino a farne una sorta di Weltanschauung, una specie di cappotto che l’avvolge, una spaventosa anima collettiva a cui nessuno sfugge e che significa spocchia, intolleranza, grossolanità. Insomma, la quintessenza dell’atteggiamento di un Paese che è stato povero come l’Italia e che all’improvviso è diventato ricco, senza che dell’appartenenza sociale, della borghesia che ha caratterizzato la civiltà europea, abbia posseduto la cultura. Ciò che anni fa prevedeva Pasolini, la spaventosa mutazione antropologica rivolta verso una omologazione del Brutto (inteso nel senso più lato) ha trovato paradossalmente in questa città rappresentante del Bello la sua più visibile epifania”.

Ecco, riunire la giunta, e portare le telecamere, alle Piagge o all’Osmannoro – cioè in una delle periferie più dure della città – avrebbe potuto dire esattamente il contrario: e cioè che Firenze è una città vera, non una cartolina da turisti. E che il sindaco e la giunta ne sono consapevoli. Invece, tutti i simboli sono andati in direzione opposta.

A curare le ‘relazioni internazionali’ (sic) di Firenze è stata, per esempio, chiamata Nicoletta Mantovani. “La vedova di Luciano Pavarotti”, hanno spiegato in coro i giornali: gli stessi giornali che hanno sottolineato l’esemplare scelta di fare una giunta con metà uomini e metà donne. E uno si chiede: che senso ha questo esempio, se poi devi spiegare che una donna è lì perché è stata la moglie di qualcuno? È un po’ come far curare una mostra a una donna perché diventerà la moglie di qualcun’altro: tanto per rimanere a recenti episodi fiorentini. Un simbolo eloquente, a suo modo.

E poi ci sono i simboli involontari, quello dettati dalla forza delle coincidenze. Dario Nardella voleva associare il suo debutto alla bellezza ‘esclusiva’ della sua città. Ma il primo evento del suo mandato è stato lo sgombero, da parte della polizia, di un palazzo della Fiat abbandonato da anni, e poi occupato da alcune donne extracomunitarie, con i loro figli. Tredici donne del Marocco e del Ghana, che ora si trovano per strada con otto bambini: e temo che non siano queste le relazioni internazionali di cui si occuperà Nicoletta Mantovani.

Eccolo tutto intero, il simbolo: le due città. Quella delle cartoline, degli eventi glamour, della propaganda, del marketing renziano. E quella vera, concreta, dell’integrazione mancata, della forza pubblica che garantisce l’ordine fondato sul denaro.

Da una parte la Firenze senza problemi: dall’altra la Firenze senza soluzioni.

La città della retorica del Rinascimento, e quella che non riesce a far nascere il futuro.

Nardella ha chiarito quale sarà la sua Firenze. E Nicoletta Mantovani, vedova Pavarotti, rappresenterà nel mondo Firenze, vedova del Rinascimento.