Gli avvicendamenti al vertice dell’amministrazione governativa americana non sono certo una rarità, anzi, sono talmente consueti che spesso i media americani riferiscono questi passaggi con la colorita definizione della “porta girevole”. Entrano nel governo, ci stanno (quando va bene) qualche anno, e poi tornano a farsi gli affari loro, spesso al servizio di quelle stesse multinazionali che loro, dal governo, avrebbero dovuto “regolare”.

È come una medaglia col suo rovescio. Da un lato è opportuno per il governo disporre di persone molto competenti, dall’altro lato quelle stesse persone, lasciato l’incarico, diventano spesso superpagati lobbisti specializzati nell’arte di aggirare quelle medesime regole che proprio loro hanno scritto o fatto approvare.

In questo caso però l’ingresso nell’amministrazione Obama di Maurice Obstfeld potrebbe segnalare davvero una svolta significativa nella politica economica americana. Il suo ruolo di consigliere economico del presidente lo mette in una posizione di grande rilevanza in quelle che saranno le future scelte economiche di Obama per i due anni e mezzo di governo che gli rimangono per completare il suo secondo mandato presidenziale.

Ogni presidente vuole avere al suo fianco come consiglieri quei particolari esperti e tecnici capaci di aiutarlo a compiere, senza fare errori, le scelte politiche che a lui stanno a cuore. Appare perciò sempre più evidente (anche se nessuno lo dice apertamente), sia per la scelta di Geithner di lasciare l’incarico del Tesoro alla fine del primo mandato di Obama, sia dal burrascoso accoglimento del libro scritto recentemente dallo stesso Geithner a “spiegare” le scelte da lui fatte per uscire dalla crisi, che Obama non abbia digerito le scelte dei suoi consiglieri e del suo ex Segretario, che al tempo della crisi furono troppo sbilanciati a favore delle banche e del mercato, ma incapaci di risolvere il problema più grave, quello della disoccupazione, che costa ora ad Obama un indice di popolarità bassissimo.

Quindi se Obama ha scelto Obstfeld invece di altri, significa che le caratteristiche tecniche dell’economista californiano (insegna alla Università di California Berkeley) sono le più vicine a disegnare il percorso politico-economico che egli ha in mente.

Nella sua scelta pertanto non può non aver avuto peso determinante il percorso accademico di Obstfeld, ritenuto tra i 40 maggiori esperti economisti e ricercatori in campo internazionale (Research Papers in Economics). In particolare, ciò che appare essere l’aspetto più qualificante nella scelta di Obama, sembra essere la spiccata specializzazione di Obstfeld nel campo della macro-economia e nella influenza che questa subisce a causa degli squilibri imposti dalla finanza globalizzata.

Obstfeld è un keynesiano moderno, aperto alla globalizzazione ma attento agli squilibri che essa inevitabilmente provoca se lasciata senza freni. Nei suoi scritti recenti ci sono inoltre molti riferimenti all’espansione controllata dei mercati, un tema molto caro proprio in questo periodo ad Obama, che vorrebbe chiudere il più presto possibile quegli accordi commerciali sia con le principali economie dell’area orientale (Tpp: Trans Pacific Partnership) che con quelle occidentali, Europa in primis (Ttip: Transatlantic Trade and Investment Partnership). Accordi che farebbero crescere le rispettive economie interessate di parecchi miliardi di dollari, grazie alla maggiore libertà e frequenza negli scambi, ma che creerebbero contemporaneamente anche molte preoccupazioni, soprattutto tra le piccole e medie imprese, in rapporto alla tutela dei marchi e della salute soprattutto per le importazioni e le transazioni provenienti dai paesi emergenti, dove i controlli sono spesso scarsi e le falsificazioni al contrario sono molto frequenti.

Nel “curriculum” di Obstfeld ci sono, oltre alle lauree “cum laude” conseguite alle Università della Pensilvania, di Cambridge e del Massachussett, e all’insegnamento nella Università californiana, anche l’insegnamento ad Harvard come “visitatore onorario” e la consulenza onoraria per la Banca del Giappone. Egli ha scritto inoltre alcuni libri di grande interesse in risposta alla “Grande Recessione”: “Lenders of last resort and global liquidity: rethinking the system” e “Too much focus on the juan?”inoltre ha collaborato a stretto contatto con diversi notissimi economisti tra i quali Kenneth Rogoff e il premio Nobel Paul Krugman per la pubblicazione di numerosi scritti accademici.