Qualche tempo fa, era la fine di febbraio, mi trovavo in un luogo per me insolito dove avrei dovuto trascorrere una settimana. Dopo qualche giorno in solitudine, circondata dalle montagne e dai tetti ordinati del paese, mi è capitato di conoscere una scrittrice come me prigioniera tra quelle mura. Il suo nome è Gogo della Luna. Oltre che scrivere, Gogo cura bambini e animali e prima della sua malattia era, e sarà certamente di nuovo, una brava maratoneta.

gogo-della-lunaAl ritorno a casa ho scaricato il suo romanzo, Il passo lento dei randagi, pubblicato su ilmiolibro.it.

Nella prima parte i capitoli sono brevi, immagini dense scritte con una lingua poetica, controllata, bellissima. Nella seconda parte la prosa si allarga e il linguaggio si fa crudo, secco, violento.

Gogo ha armonizzato le sue due anime in modo molto efficace: quella lieve, sognante, fiabesca e mai sentimentale, la fata che conosce molti misteri, è raccontata nella prima parte; qui la protagonista, che si fa chiamare Anastasia, si muove leggera e misteriosa tra le  case di un paese sconosciuto. Qualcuno dice sia un’artista, altri una vedova, altri una ballerina. Chi ne svelerà il segreto sarà il fotografo Oscar Mani, dagli occhi umidi e delicati.

Nella seconda parte affiora l’anima violenta, sanguinaria della maratoneta, di una regina avida di trionfo. E questa volta la voce narrante è di un uomo che racconta del passato di Anastasia/Mia, scampata a una mattanza voluta dall’Ira per eliminare le “spie interne”. Accusa che giustifica le feroci epurazioni tese a eliminare testimoni scomodi di qualche sopruso. Anastasia/Mia, prima di salvarsi grazie a un colpo di scena magistrale, condivide la sua lurida cella con una donna, madre di dieci figli, che poi sparisce nel nulla, insieme ad altri quattro  compagni di prigionia. Anastasia/Mia, la sopravvissuta, porta con sé i segreti di quelle condanne a morte e cerca, nella fuga, di ricomporre la sua vita.

Finito Il passo lento dei randagi, ho scritto a Gogo quel che ne pensavo; mi ha detto che la storia l’aveva presa da episodi realmente accaduti, ed essendo lei vissuta diversi anni in Irlanda erano storie su cui aveva potuto documentarsi.

Circa un mese dopo, ad aprile, uscì la notizia dell’arresto di Gerry Adams, leader del Sinn Féin, braccio politico dell’Ira. L’accusa era di aver eliminato e nascosto i corpi dei suoi stessi compagni “scomodi”, tra cui quello di Jean McConville, vedova di 37 anni e madre di dieci figli, accusata ingiustamente di essere un informatore dell’esercito britannico.  Su quella donna io sapevo quasi tutto. Telefonai a Gogo sorpresa della coincidenza e lei disse, a ragione: “Un giorno il mio libro verrà pubblicato. E’ un buon romanzo”.

Ora ho appena finito di leggere Un amore partigiano di Mirella Serri (Longanesi 2014), che racconta la storia di Neri e Gianna, che dopo essere sopravvissuti alle torture fasciste, si uniscono alla Brigata partigiana 52, quella che poco dopo cattura a Dongo Mussolini, la Petacci e il loro seguito in fuga verso la Svizzera.

Ma i due giovani hanno troppe colpe: prima fra tutte quella di essere testimoni dell’enorme ricchezza sequestrata ai fascisti in fuga (il famoso tesoro di Dongo), poi quello di essere amanti (Neri ha una moglie e un figlio) e infine quello di essere a conoscenza di qualche porcheria compiuta dai capi partigiani. Accusati ingiustamente di tradimento, verranno vigliaccamente eliminati a guerra finita, mentre nelle piazze d’Italia si festeggia con canti e balli la Liberazione. Bene è descritta la loro incredulità di essere accusati dai compagni con i quali hanno condiviso i momenti più duri della loro lotta partigiana. Il libro è scritto in modo avvincente e si legge d’un fiato, perché Mirella Serri è storica di razza e le sue fonti sono state miscelate insieme come solo sanno fare i romanzieri.

Nel libro di Gogo della Luna, nella notizia dell’arresto di Gerry Adams e nel saggio di Mirella Serri, il termine “tradimento” serve a giustificare omicidi, vendette, odi personali. In nome di una Causa, che, per quanto nobile possa essere, si imbratta di vigliaccheria.

Vi saluto con la citazione che apre il romanzo, tratta da Aspettando Godot dello scrittore irlandese Samuel Beckett:

Vladimiro: sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre. Estragone: anch’io”.