Capirete che per uno che ha buttato un centinaio di milioni nel partito (quelli certificati) e che adesso si vede svillaneggiato da un Fitto qualsiasi, il giramento di scatole dev’essere ultravorticoso. Il Capo si sente accerchiato, vogliono la pellaccia dell’orso ferito, ma lui ha deciso di venderla a carissimo prezzo e non prima d’aver scorticato vivo qualche pretendente che pretenderebbe di liquidare vent’anni di storia straordinaria con quella baggianata delle primarie. In un comunicato di rara perfidia, Berlusconi ha chiesto a tutti di occuparsi di cose più serie.

C’è un equivoco in Forza Italia che nessuno ha il coraggio di sciogliere. L’equivoco è considerare il Fondatore minimamente sostituibile con qualcuno che ha condiviso con lui buona parte della sua storia, con qualcuno che c’era già. Berlusconi non lo consentirà, non accetterà mai che la sua vicenda politica possa avere altro protagonista che sé medesimo, e per sé sogna un avvitamento finale e drammatico che lo porterà a scomparire per sempre insieme alla sua creatura.

Paradossalmente, Berlusconi il suo erede lo aveva identificato. Era Matteo Renzi. Ne comprese le potenzialità piuttosto in fretta, dimostrando fiuto per i suoi simili soprattutto quando i suoi simili gli somigliano molto, troppo. Lo invitò ad Arcore, al sindaco non parve vero, come un provinciale a New York, e di fronte all’ennesimo tagliolino tricolore il Cavaliere gli offrì il centro-destra su un piatto d’argento (questa è la versione di Paolo Mieli sulla quale concordiamo pienamente). Renzi non accettò, anch’egli lungimirante ma in direzione opposta: aveva compreso pienamente le potenzialità distruttive del Partito Democratico e già immaginava l’Opa sul partito. Che poi prese le forme che sappiamo.

Fallito l’accerchiamento a Matteo Renzi, a Berlusconi non è rimasto che certificare la morte cerebrale di Forza Italia. Tutto quello che è venuto dopo – la sua condanna definitiva, una campagna elettorale dimezzata, il (finto) grido di dolore per i suoi diritti negati – altro non era che un’impalcatura per tenere insieme il nulla. Il partito non c’era più e non moltissimo quel che restava di lui. Sufficiente comunque, in un’Italia semi-disperata, a coagulare un diciassette per cento sul suo nome.

Anche con Marina è stato un gioco di sponda da finti ingenui per tenere insieme quel po’ di tensione futura che serviva a scavallare le Europee. Marina Berlusconi non è materialmente in grado di mantenere quei rapporti sociali che servono in politica, è inadatta a una socialità aperta, sotto questo cielo è l’esatto contrario di suo padre. E soprattutto è un buon dirigente per l’azienda di famiglia: in quale mondo si toglie una persona da un posto in cui dà buona prova di sé e la si catapulta in un altro di cui ha paura, che la renderebbe insicura?

Ma poi, cosa si vuole davvero da Berlusconi: un passo indietro, di lato, uno scomparire nel nulla, un riconoscimento dei suoi errori? Bene, questo passaggio – che sarebbe epocale – dovrebbe vivere su un momento drammaturgicamente alto: chiedergli ufficialmente di farsi da parte. Avere il coraggio e la dignità di presentarsi al suo cospetto e presentargli il conto. Ma nessuno lo farà, meno che mai creature che lui ha sostanzialmente plasmato dal nulla, e che a questo nulla si sono generosamente ispirate per vent’anni. Anche il giovane Fitto gira intorno alle parole per non dire sostanzialmente nulla. Anche a lui manca il coraggio “definitivo”.

Nessuno ucciderà il padre. La fine la sceglierà lui, senza consigli “spassionati”.