Sono carichi di soddisfazione ed ottimismo i toni con i quali la Commissione europea, nei giorni scorsi ha presentato i dati sull’attuazione dell’agenda digitale nel “vecchio” continente che è sulla buona strada per diventare sempre più moderno, digitale e competitivo, centrando gli obiettivi che ci si è dati in vista della scadenza del 2015. Novantacinque dei 101 obiettivi dell’Agenda digitale europea sono destinati ad essere raggiunti puntualmente, scrive la Commissione, in un comunicato stampa dello scorso 28 maggio.

“I cittadini e le imprese dell’UE si collegano di più a internet, fanno più acquisti online e si sentono più sicuri e preparati in rete”, continua il comunicato. Parole rassicuranti senza nascondere qualche preoccupazione dovuta al fatto che i cittadini europei “spesso fanno fatica a soddisfare il loro appetito digitale – soprattutto nelle zone rurali – per mancanza di accesso alla banda larga ad alta velocità” e alla circostanza che, purtroppo, continuano a mancare adeguate competenze digitali in un mondo nel quale la più parte delle opportunità di lavoro, ormai, le richiede.

“Oggi la maggior parte degli europei è entrata nell’era digitale e intende approfittarne pienamente. Abbiamo risolto il problema dell’accesso a Internet, ma il divario digitale non si è colmato. Senza l’impegno di tutti a fare di più, rischiano di emergere in Europa sacche di analfabetismo digitale”. Sono queste le parole con le quali Neelie Kroes, Vice Presidente della Commissione Europea ha salutato la presentazione dei nuovi dati. Una ventata di ottimismo che in una stagione di crisi e pessimismo forzato non guasta, specie per i più giovani.

Peccato però che se si lasciano i dati di sintesi sulla situazione dei 28 Paesi e si guarda a quelli relativi al nostro Paese si è costretti a prendere atto che noi rischiamo di non essere in quella “maggior parte dei cittadini europei” che, secondo la Kroes, “è entrata nell’era digitale” e potrà approfittarne mentre sembriamo destinati a rotolare in una di quelle “sacche di analfabetismo digitale” che preoccupano la Vice Presidente della Commissione Europea.

Si tratta, purtroppo, di considerazioni fondate sulla lettura di numeri che lasciano poco spazio a interpretazioni e letture diverse. Basta consultare i dati relativi all’utilizzo di Internet da parte degli italiani per prendere della situazione. Il nostro unico primato, al riguardo, è rappresentato dal numero di cittadini che non ha mai usato Internet: si tratta del 34% della popolazione contro una media europea del 20%. Ad usare regolarmente Internet in Italia, invece, è solo il 56% della popolazione contro una media europea del 72%.

Basterebbe questo per dire che è davvero arrivato il momento di correre ai ripari ed assumere ogni possibile contromisura per evitare una deriva analogica in un mondo digitale che appare altrimenti ineluttabile. I dati sull’utilizzo di Internet, infatti, valgono da soli ad evidenziare in modo allarmante che le politiche di innovazione e digitalizzazione del Paese sin qui adottate non sono state capaci, nel loro complesso, di garantire al nostro Paese di mantenere il passo tenuto dagli altri Paesi europei.

Ma, d’altra parte, a scorrere gli altri dati sullo stato di attuazione, in Italia, dell’agenda digitale europea ci si avvede che la scarsa diffusione di Internet nel Paese non è figlia del caso ma di una lunga serie di cause oggettive, legate ad altrettanti obiettivi mancati. Tanto per cominciare non è vero – o, almeno, è solo parzialmente vero – che il problema della diffusione della banda larga sul territorio italiano è risolto.

Se è vero, infatti, che il 99% della popolazione può, ormai, accedere a risorse di connettività tecnicamente definibili di “banda larga”, occorre tener presente che si tratta di risorse straordinariamente inferiori in termini di velocità e capacità di trasporti dati rispetto a quelle disponibili a percentuali ben maggiori di cittadini europei. Solo il 21% dei cittadini italiani, tanto per fare un esempio, può disporre di accesso alle reti di nuova generazione che, invece, nel resto d’Europa sono a disposizione del 62% della popolazione.

Inutile ed ipocrita prendersi in giro: da qui ad una manciata di anni – se saremo fortunati e non si tratterà addirittura di mesi – con le risorse di connettività delle quali disponiamo, i nostri cittadini si ritroveranno “digital divisi” dal resto d’Europa perché impossibilità a beneficiare davvero delle straordinarie opportunità in termini di accesso ai contenuti ed ai servizi che verranno diffusi e sviluppati e che richiederanno, certamente, maggiori performance in termini di connettività.

Tanta preoccupazione, però – specie in una stagione di crisi come questa – devono suscitare anche i dati relativi alla diffusione del commercio elettronico nel nostro Paese. Non c’è, infatti, un solo indicatore – tra quelli identificati dalla Commissione europea per misurare l’attuazione dell’agenda digitale – in relazione al quale l’Italia sia in linea con il resto d’Europa. Solo il 20% dei cittadini italiani compra online contro il 47% della media europea e solo il 16% delle grandi imprese (più di 250 dipendenti) italiane vende online, contro una media delle concorrenti europee pari al 35%. Se non si inverte questo trend, siamo condannati a comprare sempre di più dall’estero ed a vendere sempre meno all’estero con conseguenze economiche catastrofiche che non richiedono grandi competenze economiche per essere prognosticate.

Ma non è solo l’uso di Internet e del digitale nei mercati a preoccupare. Purtroppo, infatti, i dati che rimbalzano da Bruxelles propongono una fotografia impietosa anche dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini. A dispetto di tanti annunci, proclami solenni e promesse pre-elettorali, infatti, la tanto decantata “PA Digitale”, non trova nessuna conferma nei numeri relativi allo stato di attuazione dell’agenda digitale europea, nel nostro Paese. Solo il 21% dei cittadini italiani, nel 2013, ha utilizzato servizi di eGov contro una media europea pari al doppio.

Siamo qui e, in difetto, di interventi rivoluzionari, immediati ed efficaci, siamo condannati a veder aumentare sempre di più la distanza che ci separa dal resto dell’Europa digitale. E’ un lusso che non ci possiamo permettere. E’ arrivata davvero l’ora di porre trasformare l’attuazione dell’agenda digitale europea in una priorità per il Paese e di fare della digitalizzazione e dell’innovazione materia per una riforma strutturale dello Stato.