Slitta a settembre, nei Comuni in ritardo sulla scelta dell’aliquota, il pagamento della prima rata della Tasi. Cioè la nuova “tassa sui servizi indivisibili” che sostituisce l’Imu sull’abitazione principale. Una nota del ministero dell’Economia informa che “dopo aver incontrato l’Anci, per venire incontro da un lato alle esigenze determinate dal rinnovo dei consigli comunali, e dall’altro all’esigenza di garantire ai contribuenti certezza sugli adempimenti fiscali, il governo ha deciso che nei Comuni che entro il 23 maggio non avranno deliberato le aliquote la scadenza per il pagamento della prima rata della Tasi è prorogata da giugno a settembre”. Per tutti gli altri la scadenza per il pagamento resta il 16 giugno. Fiscalità differenziata, insomma, con la “beffa” che i residenti nei Comuni ligi alla legge – che stabilisce appunto il 23 maggio come termine per deliberare sulla questione – dovranno aprire il portafoglio prima degli altri. Mentre i cittadini degli enti che hanno rimandato il problema vengono “premiati” con quattro mesi di spensieratezza in più.

Disparità di trattamento a parte, a preoccupare sono soprattutto i primi calcoli sul conto finale. Da cui emerge che l’esborso sarà poco più basso di quello della vecchia imposta municipale, che si applica ancora agli immobili diversi dall’abitazione principale (seconde case, immobili di lusso, negozi e capannoni). Secondo il servizio Politiche territoriali della Uil l’esborso medio sarà di 240 euro a famiglia, a fronte dei 267 euro pagati nel 2012 con l’Imu. Qualche esempio: a Torino mediamente la Tasi costerà 468 euro contro i 475 dell’Imu, a Genova 439 euro contro 372, a Milano 430 euro contro 396, a Roma 410 euro – in questo caso meno dell’Imu, che era mediamente di 537 euro. Ma in 11 città capoluogo – sulle 32 che hanno pubblicato le delibere in materia – i cittadini pagheranno più di quanto dovuto nel 2012, quando tutti i proprietari di casa erano soggetti all’Imu. Si tratta di Bergamo, Genova, La Spezia, Macerata, Mantova, Milano, Palermo, Pistoia, Sassari, Savona e Siracusa. I più tartassati saranno gli abitanti di Mantova, che dovranno sborsare 89 euro in più, Pistoia (75 euro in più), Genova (67 euro di aggravio) e Milano (64 euro in più). 

Uil: “Bonus 80 euro neutralizzato da tasse” – Inevitabile la polemica. Tanto più considerando che mancano sei giorni al voto. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha buon gioco ad attaccare il governo Renzi e i precedenti esecutivi Monti e Letta denunciando che il combinato disposto di Imu, Tasi e aumento della tassazione sul risparmio equivale a una “patrimoniale di fatto pari a quasi 30 miliardi di euro“. Senza dimenticare di ricordare che “con Berlusconi nel 2011 il gettito derivante dalla tassazione sulla casa (esclusa la prima) ammontava a poco più di 9 miliardi di euro” mentre “quest’anno il pasticcio Letta-Renzi porterà un gettito da tasse sulla casa, comunque denominate, fino a 35 miliardi”. Come da copione, è spuntato poi il raffronto tra l’esborso fiscale legato alla tassazione sulla casa e il bonus Irpef che arriverà nelle buste paga di circa 10 milioni di italiani a fine mese: “Tra Tasi, Tari (la nuova tassa sui rifiuti, ndr) e addizionali comunali si rischia di neutralizzare il bonus”, attacca Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. E “nel caso dei pensionati, esclusi dal bonus fiscale, il rischio è di peggiorare ulteriormente la situazione economica, aumentando il carico fiscale complessivo”. La confederazione sindacale denuncia poi che “si rischiano di avere oltre 75 mila combinazioni differenti di applicazione dell’imposta”, perché oltre alle aliquote differenziate tra prime case e altri immobili c’è la variabile detrazioni. A Bologna, per dire, ci sono 23 detrazioni diverse in base alla rendita catastale (il valore dell’immobile ai fini dell’imposizione): si parte da 175 euro per gli immobili con rendita fino a 327 euro fino ad arrivare a 5 per una casa con rendita catastale di 1.637 euro. 

Comuni in ritardo – Su un totale di 8.092, solo 832 hanno deciso quale aliquota applicare tra quella “di base”, che è dell’1 per mille su valore catastale, e il tetto massimo, fissato – considerata anche la possibilità di una maggiorazione fino allo 0,8 per mille da “spalmare” a piacimento tra prima e seconda casa – al 3,3 per mille. Qualche giustificazione c’è: come ha spiegato lo stesso Fassino, quando ad aprile il Parlamento ha approvato le linee guida per l’applicazione della Tasi molti consigli comunali erano già stati sciolti in vista del voto di domenica prossima. Per cui non hanno deliberato in materia. Fatto sta che da questa inerzia è scaturito il caos. Va ricordato che il gettito della Tasi serve a finanziare i servizi comunali, dall’illuminazione alla manutenzione stradale, e Fassino ha già fatto sapere che il rinvio del pagamento dovrà essere compensato dall’anticipo da parte dello Stato di almeno 2 miliardi per consentire ai Comuni di superare l’estate senza ripercussioni. 

Prima rata entro il 16 giugno per tutte le seconde case – Gli abitanti dei Comuni che non hanno deliberato sull’aliquota pagheranno la prima rata della Tasi sulla prima casa a settembre e la seconda a dicembre. Al contrario, sugli altri immobili si dovrà versare il dovuto comunque entro il 16 giugno in misura pari allo 0,5 per mille, che è l’aliquota base. A dicembre arriverà la seconda rata, con eventuale conguaglio alla luce delle aliquote prescelte dagli amministratori locali. Alla faccia dello Statuto del contribuente, che predica trasparenza e “completa e agevole” informazione sulle disposizione in materia tributaria. Tanto che il Codacons si spinge a scrivere in una nota che “il caos che si sta determinando è intollerabile e potrebbe spingere gli utenti a non pagare le tasse con danni pesantissimi per il Fisco”. 

Alto il rischio di ricorsi – Secondo Unimpresa, ad aggravare la situazione ci si mette il rischio di una valanga di ricorsi: l’87% dei Caf (Centri di assistenza fiscale) prevede alte probabilità di errore nei versamenti dovute a difficoltà di calcolo e incertezza sulle aliquote e le detrazioni. E chi pagherà più del dovuto potrebbe poi decidere di rivalersi facendo causa al Fisco

Le aliquote città per città – Non è facile districarsi nel valzer delle cifre. Diciamo però che su un un punto è difficile sbagliarsi: eccezion fatta per Aosta – dove per le case non di lusso l’aliquota è stata fissata al livello base dell’1 per mille – e Pordenone – con l’1,25 per mille – tutte le altre città che si sono già pronunciate hanno aumentato le aliquote rispetto a quelle applicate per il calcolo dell’Imu. Ancona, Bologna, Cagliari, Cremona, Ferrara, Genova, La Spezia, Piacenza, Reggio Emilia, Torino e Vicenza hanno fissato l’asticella al livello massimo, il 3,3 per mille. Milano ha scelto di fermarsi al 2,5 per mille, introducendo detrazioni legate alla rendita catastale (fino a 770 euro) e in base al reddito Irpef (fino a 21 mila euro). Roma ha scelto il 2,5 per mille con detrazioni decrescenti con il crescere della rendita catastale. Il capoluogo lombardo e la Capitale ricorrono però all’addizionale sulle seconde case, arrivando in questo caso all’11,4 per mille. Tornando alle abitazioni principali, Torino ha scelto un aliquota del 3,3 per mille con detrazione fissa di 110 euro per immobili con rendita catastale fino a 700 euro, più 30 euro per ogni figlio minore di 26 anni, Genova ha previsto detrazioni decrescenti da 114 euro per immobili con rendita catastale fino a 550 euro per arrivare a 50 euro per immobili con rendita fino ai 900 euro. Palermo ha optato per il 2,9 per mille con detrazione fissa di 50 euro, più 20 euro per figli minori di 18 anni. Bologna applica il 3,3 per mille con detrazioni decrescenti con il crescere delle rendite.