Su questo blog mesi fa scrissi del pericolo di concentrazione in mano a Elettronica Industriale (Mediaset) delle torri per la trasmissione dei segnali televisivi. Le recenti proposte del Governo sulla vendita di Rai Way (società della Rai che gestisce le infrastrutture di trasmissione) vanno proprio in questa direzione. Negli altri paesi europei vale un principio generale di separazione della proprietà dei broadcaster dalla gestione degli impianti. In nessun paese infatti le due cose stanno insieme.

Da noi invece dalla legge Mammì in poi le concessioni televisive sono state rilasciate per impianti e programmi. Con una direttiva europea è stato poi distinto il titolo autorizzatorio, uno per gli impianti, uno per i programmi, ma la proprietà di entrambe è rimasta la stessa sia per Rai che per Mediaset. In questa situazione, prima di vendere le torri della Rai andrebbe approvata una norma che anche in Italia divida la proprietà tra impianti e reti tv. Se non accadrà, qualunque operazione su Rai Way sarà un regalo alla concorrenza.

Non solo, ma questa singolare situazione ha già prodotto una serie di conseguenze gravi sul piano dell’uso delle frequenze e per ultimo per le esauste casse dello Stato. Dal prossimo anno le principali emittenti televisive italiane, pubbliche o private, non pagheranno più per l’occupazione dell’etere una somma pari all’1% del loro fatturato, ma, con una interpretazione recente ed opinabile dell’Agcom, un corrispettivo collegato agli impianti, in sostanza con un risparmio di diverse decine di milioni di euro.

Dunque, separazione proprietaria no, ma vantaggi dalle regole europee sulla stessa sì. Rai Way inoltre gestisce la migliore rete italiana per ciò che riguarda l’uso delle frequenze. Ciò la rende un asset formidabile per un possibile futuro di utilizzo nei collegamenti mobili per la larga banda. La cosa singolare è che si tratta dell’unica infrastruttura ancora in mano pubblica nel settore. Allora forse più che svendere, sarebbe meglio farla funzionare e farci soldi.