Emendamenti bipartisan a pioggia sul decreto Irpef, ora in commissione Bilancio del Senato, per bloccare il prelievo forzoso di 150 milioni di euro alla Rai, mentre il consiglio d’amministrazione Rai riflette e prende tempo sulla vendita di una quota di Raiway, le torri di trasmissione dell’azienda, in attesa di capire come effettivamente verrà convertito il decreto. E anche molto altro.

S’ingarbuglia la questione Rai, ormai diventata cavallo di battaglia di Renzi che continua ad attaccare l’azienda convinto che questo tolga terreno a Grillo sul fronte della “moralizzazione” della tv pubblica. Perché il presidente del Consiglio (che dimostra di non conoscere la Rai perché continua a parlare di Gubitosi come dell’amministratore delegato dell’azienda, quando lo statuto Rai prevede invece solo un direttore generale, funzione giuridicamente diversa) insiste a sostenere che anche la Rai “deve fare la sua parte”. Ma omette di dire che dal 2005 lo Stato è moroso nei confronti della Rai per una serie di costi riguardanti la convenzione per 2 miliardi di euro, un credito accumulatosi anno dopo anno per il mancato introito anche di quote di canone, tanto che l’azienda (che ha la contabilità separata per i programmi finanziati da canone e quelli invece finanziati dalla pubblicità, ha dovuto attingere alle risorse commerciali per tenere in piedi i programmi finanziati dal canine proprio perché lo Stato non versava il dovuto. Non solo. Nel 2011 il precedente cda Rai inviò al ministero dello Sviluppo Economico un atto di diffida con intimazione di pagamento in cui si dimostrava che dal 2005 al 2009 lo scostamento tra l’ammontare dei costi di servizio pubblico e le risorse pubbliche effettivamente destinate alla Rai era sbilanciato di 1,3 miliardi. Una cifra incredibile che intanto, secondo una denuncia che è stata fatta anche da Articolo21, è ora salita ad oltre 2 miliardi. Nonostante la diffida, infatti, nessuno ha pagato e, a quanto pare, nessuno lo farà.

Per questo anche il cda Rai, che nei giorni scorsi ha intimato il taglio degli stipendi dei dirigenti più alti a quota 240mila euro massimo, vuole vedere chiaro sulla conversione del decreto e anche sul possibile rientro del denaro dovuto da parte dello Stato prima di vendere i “gioielli di famiglia” come le sedi regionali e, appunto, gli impianti di Raiway. A presentare emendamenti al decreto Irpef, d’altra parte, sono stati parecchi esponenti del Pd e questo, per il decisionismo renziano, rappresenta senz’altro un problema. Soprattutto al Senato, terreno minato delle riforme. Ma più di tutto hanno destato curiosità e riflessione le parole del presidente della Vigilanza Rai, il grillino Roberto Fico, che ha gelato gli impeti renziani: “A questo punto c’è qualcuno che riceverà un regalo: Mediaset (c’era anche questo nell’accordo tra Berlusconi e Renzi al Nazareno?) oppure una banca? Perché un bene pubblico di tale importanza strategica per il nostro Paese deve finire in mano privata? Non ha senso. Tutti attenti, è un momento delicatissimo. In Parlamento, sul decreto, daremo battaglia. Passate parola”.

Non sono parole in libertà, quelle allarmate del presidente della Vigilanza Rai. Perché sembra ci sia un motivo dietro l’indicazione, abbastanza perentoria, del governo alla Rai di vendere le torri di trasmissione di Raiway anziché un altro asset dell’azienda ugualmente appetibile sul mercato. Il motivo è legato ad un progetto. Che fa capo, guarda caso, a Silvio Berlusconi e a Mediaset. E che non riguarda la televisione, ma internet e la telefonia mobile.

La Rai è infatti obbligata, in virtù della convenzione con lo Stato, a garantire la trasmissione del segnale video con un ripetitore per ogni 300mila abitanti, dunque anche nelle zone più periferiche, impervie e dimenticate del Paese. La rete delle cosiddette “torri” di Raiway è dunque talmente capillare che nessun operatore, televisivo o telefonico, può raggiungere in modo così incisivo tutto lo Stivale. Specialmente un nuovo operatore che volesse entrare nel mercato della telefonia. O di internet. Ad alta velocità.

Ed ecco che, come spesso succede nella storia di questo Paese negli ultimi anni, quando c’è un buon progetto fatto dalla tv di Stato per valorizzare qualche asset strategico, arriva Mediaset e la questione si complica. O diventa altro. Il centro di Produzione Rai di Torino ha sviluppato, qualche mese fa, un progetto che prevedeva l’utilizzo delle torri per la costruzione di una dorsale capace di coprire con il wifi in pratica tutto il territorio nazionale. Un progetto che, fatto dalla Rai, sarebbe stato in sostanza dello Stato e quindi pubblico. In una parola, gratis. Non solo: sempre attraverso le torri di Raiway c’è la possibilità di sostenere, a costi assolutamente ridotti, la cosiddetta “alta velocità” per i telefonini, il famoso 4G, a cui è interessata proprio Mediaset.

Anche perché, recentemente, la Rai ha modernizzato i sui impianti, con un esborso economico di circa 700 milioni di euro, per la digitalizzazione e la cablatura in fibra delle torri che, per altro, ora sono tutte telecomandate in remoto per evitare costi di personale. Questo è stato fatto non solo per necessità tecniche oggettive, ma anche nell’ottica di future e diverse utilizzazioni da parte dell’azienda (ma anche dello Stato, in particolare della Difesa). Per questo sforzo di modernizzazione degli impianti la Rai non ha avuto una lira dallo Stato, al pari di come si è dovuta sobbarcare interamente del digitale terrestre. Da parte sua, il colosso di Cologno Monzese recentemente ha fatto cassa, completando (in aprile) la cessione del 25% del capitale sociale di Ei Towers e incassando 283,7 milioni di euro, liquidità che è arrivata in parte da fondi americani (che hanno acquistato il 34% della quota messa sul mercato) un terzo è arrivato da fondi Uk, il resto dall’Italia. Segno di un’attenzione internazionale per le infrastrutture tecnologiche italiane come dimostra anche l’attivismo di Blackrock. Mediaset è così scesa al 40% della sua controllata e la liquidità maturata, ufficialmente, gli è servita per pagare i diritti della Champions League.

Peccato che, poi, Fedele Confalonieri si sia fatto sfuggire, in una recente occasione pubblica, l’interesse di Mediaset ad entrare, più prima che poi, nel mercato della telefonia mobile; conservando il 40% delle proprie torri, ma comprando anche parte delle torri della Rai, assai più capillari sul territorio di quelle Mediaset. Dunque, il nuovo “sogno” di Berlusconi (ma soprattutto dei suoi figli, a partire da Marina) di diventare il primo operatore telefonico a 4G d’Italia e, contemporaneamente, di poter fornire il wifi in ogni più piccolo pertugio del Paese (ovviamente a pagamento), potrebbe diventare realtà. Grazie a Renzi? Può darsi. Di fatto, se Raiway venisse messa sul mercato, Berlusconi avrebbe la possibilità di acquistarla. E senza incorrere in problemi antitrust, visto che si tratterebbe, almeno all’inizio, di un acquisto di una quota di minoranza di Raiway. Insomma, sarebbe come se si rinnovasse il macigno del conflitto d’interessi italiano mettendolo al passo con i tempi e con quelle nuove tecnologie che piacciono tanto proprio a Renzi. Ma anche ad un Cavaliere che sta cercando di restare nel quadro politico, come “padre delle riforme” forse anche per questo.

E dire che Raiway è anche strategica per la sicurezza nazionale. Su quei tralicci, ci sono anche impianti delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dell’esercito, della protezione civile, Banca d’Italia, 118, vigili del fuoco, Presidenza della Repubblica, Capitaneria di porto, protezione civile e altri. Durante momenti particolari (ad esempio durante la guerra del Golfo, oppure quando ci fu l’attacco Nato nei paesi dell’ex Jugoslavia), tutti gli impianti principali di Rai Way, per motivi di sicurezza, furono presidiati dall’Esercito, proprio perché utilizzati anche per comunicazioni strategiche. Stiamo parlando, insomma, di un patrimonio nazionale, come ammette Fico dell’M5s, che Renzi potrebbe anche regalare a Berlusconi facendoli svendere all’azienda che li ha appena resi ancora più appetibili, digitalizzandoli. Davvero un peccato e, di certo, non il solo.