Erano i tempi senza metrò, senza carbone ed elettricità, e le candele erano difficili da trovare. Gli intellettuali della Rive Gauche, “il quartiere della meditazione”,  dove si erano raccolti editori, librai, stamperie e rilegatori, avevano incominciato – al seguito di un signore strabico, con un cappotto di falsa pelliccia e una pipa in erica, accompagnato da una signora grande di corporatura e dall’aria seria come un’istitutrice –  a lavorare sotto una spettrale luce all’acetilene. Erano gli anni della Liberazione francese e dell’esistenzialismo parigino i cui capostipiti erano Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir. L’uscita del primo numero della rivista Temps Modernes, dei romanzi Cammini della libertà di Sartre e Sangue degli altri di Simone de Beauvoir, avevano reso la coppia celebre e tra i più letti al mondo. Il poeta Jacques Audiberti come Sartre, viveva in albergo all’hotel Taranne, attraversava il boulevard Saint-Germain e incrociava Arthur Adamov, intento a creare il teatro dell’assurdo, senza perdere il suo inconfondibile accento caucasico. La “bande à Prévert” la cricca degli amici del poeta Jacques Prévert detti Gruppo Ottobre per aver dato al teatro e al cinema un realismo dal tocco poetico, era stata accolta anch’essa nel chiassoso quartiere parigino. L’artista Pablo Picasso, si faceva vedere con la compagna Dora Maar solamente nell’ora dell’aperitivo, poiché era diventato molto difficile spostarsi per Parigi. Si affacciavano sulla scena Raymond Queneau, con i  suoi occhiali e l’umorismo surreali sul suo corpo da impiegato, lo svizzero Giacometti intagliato come una scultura, Robert Desnos e Paul Eluard transfughi del surrealismo e Albert Camus assieme all’avanguardia di giovani che si sarebbero presto dichiarati esistenzialisti. Nell’euforia della Liberazione, i giovani timidi per far colpo sulle ragazze si dichiaravano esistenzialisti,  e la vita per Sartre e de Beauvoir era diventata insostenibile: erano diventati troppo famosi, bersagliati dall’interesse di molti curiosi, degli ammiratori e della stampa. La Rivoluzione esistenziale era all’ordine del giorno e anche della notte, e pure l’ubriachezza era dialettica. Imperversavano le polemiche filosofiche e i vari dibattiti con i relativi punti di vista tutt’altro che omogenei: come comportarsi con i collaborazionisti? E come non essere comunisti? Un piccolo ristorantino al numero 10 di rue Jacob, diretto da un certo Chéramy, divenne il luogo in cui si ritrovava il nucleo originario degli esistenzialisti. Da Chéramy si poteva vivere a credito e pranzare con meno di dieci franchi. Si rimaneva sorpresi nel vedere la sua collezione di autografi, ma quanta gente che ha dimenticato di pagarlo… se si ammette che la voga del Flore, il caffè letterario che divenne famoso durante l’occupazione e che diventerà celebre gran parte grazie a Prévert, è proprio da Chéramy che bisogna cercare le origini di questo successo.

Ma il personaggio che crea gli antri di perdizione di Saint-Germain, le “cave”, trasfigurando il villaggio intellettuale in una baldoria notturna è un giovane sconosciuto, povero ma con un mestiere, un appartamento, una moglie e un pregio: non beve ancora. “È bello, bello di pallore, con un’aria sognante, ma con il sorriso feroce; è altissimo, ed ha sempre con sé una tromba. Il suo sguardo si incupisce di gravità quando guarda la tromba che stringe in mano: è Boris Vian”.
Non si può ignorare la difficoltà di trovarsi davanti un poliedro dalle troppe facce, poiché dalla matematica alla narrativa dal teatro alla poesia dalla musica alla regia e all’impresariato, Vian si è proiettato lungo le direzioni più bizzarre, con un gusto della novità che sempre diventava una febbre. E alle prese con un fenomeno del genere, era fatale che gli stessi interpreti più volenterosi, fossero costantemente esposti al rischio di confondere nella sua dimensione operativa il superfluo con i motivi profondi ed essenziali. Si aggiunga il gusto della beffa che l’induceva ad abusare della sua vena creativa per allontanare il fantasma inquietante che ogni tanto si affacciava nella sua fantasia lanciandolo in avventure mozzafiato: Vian era malato di cuore sin dalla nascita e visse tutta la vita con la consapevolezza che la morte potesse arrivare da un momento all’altro. Un destino da poeta maledetto, ma è un destino sempre rifiutato in cui il dramma finisce sempre con un sorriso.

Nato casualmente il 10 marzo 1920 a Ville d’Avray sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite, nacque piuttosto  con la camicia. A scuola “va benino ma neppure benissimo”, prende il diploma superiore con una votazione media, ma decide di iscriversi alla scuola superiore per le arti e i mestieri che in realtà equivale alla nostra facoltà di ingegneria meccanica, ed è così che si reca poco più che diciottenne a Parigi, dove in poco tempo esplodono tutti i suoi vari talenti: in tutte le cose in cui Vian si tuffa con tutto sé stesso, riesce ad ottenere un successo strabiliante. Nel 1938 cominciò a studiare la trombetta a rosolio, “raggiungendo immediatamente il livello di Luis Armstrong, ma la abbandonò subito per non privare il poveretto della pagnotta”, avvantaggiato dai soliti pregiudizi razziali. Assieme al fratello Alain che suona in una banda di jazz piuttosto importante, inizia ad occuparsi della programmazione musicale del Tabou, un locale notturno dove si suona ovviamente musica jazz e dove Vian inventa spettacoli di cabaret, serate a tema e ben presto diventa un punto di incontro di diversi esponenti dell’esistenzialismo francese.

L’incontro tra il filosofo e la “locomotiva dei divertimenti di Saint-Germain” ebbe luogo nella primavera del 1946. Boris Vian viene presentato a Simone de Beauvoir il 12 marzo assieme alla moglie Michelle, mentre Sartre è in America: trova che Boris si ascolta, è una persona interessante e in più coltiva con troppa compiacenza i paradossi; al mattino Simone, parla già di amicizia eterna. Quando Sartre ritorna, considera Boris enigmatico mentre la moglie Michelle  di una bellezza così evidente che ne diventerà l’amante. Da allora Vian, trascina tutti i suoi amici a coagularsi  attorno a Sartre nelle notti di Saint-Germain, divenendo il “monaco sulfureo del Jazz e Saint-Germain des-Prés è il suo profeta” recita una poesia di Prevért dedicata a Boris Vian. L’Esistenzialismo delle “cave” nella sua essenza, era una sorta di deformazione selvaggia dei costumi primitivi estratti dalla ganga millenaria in cui essi sonnecchiavano fino all’avvenimento del Tabou, che li liberò per un uso privato e fu superato dagli avvenimenti. Il Tabou diventa il regno di Vian e del jazz, e la più celebre delle “cave” di Saint-Germain che meglio si adattava, alla nuova filosofia alla moda. Diventa il luogo dove festeggiare i riti dionisiaci dell’euforia della Liberazione con vino, danze, amore e Coca-Cola una bevanda allora rara e clandestina. Fu proprio l’amicizia tra Vian e Sartre a trasformare la Rive Gauche in Saint-Germain, conferendo al quartiere dell’intelligenza l’aspetto dei continuati baccanali della Liberazione.  Pur diventandone amico, Vian si prende beffe di Sartre e de Beauvoir, dei loro atteggiamenti e degli esistenzialisti: fu proprio la coppia di filosofi ad ispirargli “La schiuma dei giorni” il romanzo che ancora oggi viene considerato come il suo capolavoro, scritto tra il 1944 e il 1945, e da cui il regista francese Michel Gondry ha ricavato il suo Mood Indigo, uscito nelle sale nel 2013. È un romanzo carico di surrealismo, con una gioia di vivere e di musica, che traboccano e vengon fuori sin dalla breve premessa in cui Vian enuncia una sorta di dettame estetico ed esistenziale nel quale afferma che “l’essenziale nella vita è dare giudizi a priori su tutto, poiché sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, mentre gli individui hanno sempre ragione”. È un romanzo dolce e pirotecnico colmo di invenzioni che fanno ridere e piangere, ma allo stesso tempo è una feroce denuncia del conformismo dell’epoca. La storia parte da questa Parigi in cui Vian si muove con gran disinvoltura, una Parigi magica e che contribuisce a far sentire tale. Protagonista del romanzo è Colin, un giovane riccastro colto e annoiato, innamorato perdutamente di una ragazza tenera di nome Chloé e con un amico Chick, a cui presta un pozzo di soldi o meglio di dobloncioni per collezionare tutte le opere del filosofo Jean Sol Partre. Ma La schiuma dei giorni, anche se sostenuto da Raymond Queneau che lo candida al prestigioso premio della Pleiade non si rivelò un successo come da Vian sperato, e non riuscì a vendere più di 1500 copie.

A pochi mesi dall’uscita de La schiuma dei giorni, si presenta a Vian la sua grande occasione: incontra Jean d’Hallouin un piccolo editore tutt’altro che ricco, titolare dell’Edition du Scorpion, il quale gli parla del suo ambiziosissimo progetto: metter su una collana dedicata alla letteratura noir americana che in Francia aveva ottenuto un enorme successo, ma il problema è che non sa come fare per pagare i diritti di quei grandi autori. Vian propone di scrivergli lui stesso, in soli quindici giorni un libro scabroso, dalle tinte forti e in più gli promette che sarebbe stato  migliore di un vero romanzo americano. Gli venne la brillante idea di inventarsi un falso nome e di travestirsi in uno scrittore di noir americano: nacque Vernon Sullivan scrittore negro censurato in America a causa del razzismo ed il romanzo “Sputerò sulle vostre tombe”, – un libro che si legge tutto d’un fiato e che coniuga molto bene la critica sociale alle mode e costumi del tempo – che ha come protagonista Lee Anderson “un negro dalla pelle bianca” che vuol vendicare l’assassinio del fratello, ebbe un successo clamoroso e suscitò enorme scandalo poiché presentava una trama con una miscela esplosiva fatta di auto veloci, alcol fino alla nausea, sesso facile senza limiti e musica di chitarre, una musica giunta alle soglie del rock.  Per dirla alla Vian, “la storia è interamente vera, perché l’ ho immaginata dall’inizio alla fine”.

Nel giro di pochi giorni Sputerò sulle vostre tombe divenne un best seller ma il sorriso sul volto del nuovo talento non durò per molto perché il romanzo venne censurato e Vian condannato per offesa alla morale. Venne  distrutto dalla critica per essersi rifugiato dietro lo pseudonimo di Vernon Sullivan, critica che non aveva esitato a formulare paragoni con la violenza di Henry Miller e a identificare gli esistenzialisti – speculando sulla narrativa erotica  – come persone perverse e il sesso come epigono del credo esistenzialista, coprendo di ridicolo il movimento che tante fatiche aveva fatto. Il romanzo nonostante gli entusiasmi, mosse le acque torbide dello scandalo e un certo Daniel Parker iniziò una crociata morale contro, azionando la rugginosa macchina della giustizia, che a quattro anni dall’apparizione del romanzo ritenuto veicolo di arditezza pornografica, condannò l’autore in maschera di traduttore e l’editore Jean d’Halluin a centomila franchi di multa.

Vian affrontò la giustizia degli umani e accettò il tutto con la sua solita ironia, si divertì anche a sottolineare la banalità di certe critiche che contro, gli erano state mosse. La critica militante, da allora manifestò nei suoi confronti un’attenzione distratta vicina al rigore punitivo, ma Vian restò abilmente nell’ombra così da poter sfruttare “il privilegio di non esser preso sul serio”. Nel frattempo, era divenuto Satrapo del collegio di Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie, una farneticazione di Alfred Jarry secondo il quale, basta una piroetta verbale, perché il paesaggio cambi improvvisamente e ci si trovi in tutt’altra terra. Secondo Vian “la Patafisica spiega il rifiuto di ciò che è serio e di ciò che non lo è perché per essa sono esattamente la stessa cosa”. Boris Vian prenderà da questo serissimo divertimento che è la Patafisica i tratti salienti, le sembianze e il genio del primo patafisico per vocazione e autonoma decisione, il dottor Faustroll, alias Alfred Jarry, e proprio Jarry diventa il metro di paragone per comprendere il “rigore dell’assurdo” di Vian. Scrisse nel 1951 Lo strappacuore, a cui aveva dedicato quattro anni, un romanzo diverso, difficile, raffinato ma a causa dello snobismo nei suoi confronti da parte della critica, non vendette molto.

La trama del romanzo spiega, è la storia di un amore materno spinto all’eccesso. È il modo tutto personale di Vian, di fare i conti con il suo passato, nel quale vorrebbe sbarazzarsi di un’infanzia oppressa da una madre asfissiante. E a lui parlare di queste cose fa molto bene: gli consente altresì di fare il punto sulle proprie idee in materia di educazione. Sapeva che si trattava di un testo difficile e che lo sfondo potesse sembrare “costruito”, ma tiene a sottolineare di come sia buffo delle volte, che quando si scrivono fandonie si è credibili, mentre quando si fa sul serio, la gente pensa che la si stia prendendo in giro. Subito dopo decide di smettere di scrivere ma non prima di aver dato alla luce capolavori come Le formiche  il più termitante fra i racconti di guerra e Autunno a Pechino. Da quel momento si getta a capofitto sulle canzoni e sull’attività musicale in genere. Diventa direttore della compagnia filarmonica Philips, della Fontana e della Barclay, si occupa della colonna sonora di diversi film di successo e collabora alle riviste musicali più importanti come Jazz Hot. Cede poi i diritti cinematografici di Sputerò sulle vostre tombe, ma gli viene negata la possibilità di scrivere lui stesso la sceneggiatura del film.

In Italia molti scoprono l’esistenza di Boris Vian grazie ad una canzone cantata da Ivano Fossati, Il disertore, una canzone che mette i brividi ogni volta che la si ascolta, un capolavoro che riesce a raccontare con semplicità l’orrore della guerra e il punto di vista razionale di un pacifista contro l’irrazionalità della guerra. La scrisse durante la guerra francese in Algeria, e fu ovviamente censurata provocandogli non pochi problemi: il nome di Boris Vian ancora una volta fa scandalo. La copertina del disco riportava il divieto di trasmissione; successivamente fu anche interpretata da Joan Baez.
L’epilogo della sua vita è drammatico, e ha un risvolto che somiglia alla fine di un romanzo drammatico. Muore la mattina in cui viene proiettata l’anteprima di Sputerò sulle vostre tombe, stroncato da un attacco cardiaco il 23 giugno 1959 all’età di 39 anni. Stando alle indiscrezioni, Vian era indeciso se far apparire sugli schermi il suo nome, e per questo motivo aveva chiesto di vederlo. Enorme sarà stata la sofferenza patita nei minuti in cui ha visto il suo discusso romanzo tradotto in immagini non aderenti al suo pensiero. Quel suo libro, gli aveva spalancato la porta della sua vita pubblica ed è stato lo stesso che bruscamente gliel’ ha richiusa. Certo, ha avuto una vita movimentata, ma sicuramente, sarebbe pronto a ricominciare!

*Dedicato a chi, Boris Vian, mi ha aiutato a scoprirlo. A Daria Galateria, per il suo splendido “La Parigi degli Esistenzialisti” (Editori Riuniti), e a Francesco Spagnolo.