È un pensiero che mi frulla da tempo, alimentato innanzitutto dal mio essere maschio e poi da mille cose viste, molte risposte ascoltate, mille atteggiamenti di autentica e malcelata sofferenza ai quali ho personalmente assistito, insomma sensazioni ad ampio raggio che ora assumono forma compiuta con l’abbandono della direzione del New York Times e di Le Monde da parte di due giornaliste molto famose.

La morale di tutto questo è: i maschi soffrono (ancora) come bestie a prendere ordini da una donna. Non ne riconoscono l’autorevolezza, prima ancora che l’autorità. La considerano, sotto l’aspetto professionale, un “essere inferiore”.

Ho aspettato di leggere i resoconti dalla Grande Mela prima di spingermi su questo terreno sconnesso. Quelli che sono arrivati da Parigi parlavano di una frattura ormai insanabile tra il direttore Natalie Nougayrède e i 400 giornalisti di Le Monde. “Preparata, gran lavoratrice, testarda. Ma anche solitaria, accentratrice, intrattabile”, così la definisce Anais Ginori su Repubblica. La scorsa settimana sette capiredattori su undici si erano messi di traverso, dimettendosi. Mi sono detto: ok, una stronza ci può stare, sulla mia strada ne ho trovati a pacchi e tutti maschi, che sia una donna, perché no? Tra l’altro c’è la possibilità molto concreta che io stesso sia stato considerato tale dai miei redattori quando ho diretto Metro. Per cui, nessuna sorpresa, ma solo un primo sospetto.

Sospetto che si è fatto inquietante e solida certezza quando le cronache hanno approfondito il distacco di Jill Abramson, 60 anni, dal New York Times. I primi sussurri, a caldo, parlavano di una distanza irrecuperabile tra lei e la sua redazione, ma poi, a suggello del passaparola da corridoio, sono piovute come pietre le parole di Arthur Sulzberger Jr., l’editore del giornale: “La partenza della Abramson è legata a problemi di governo della redazione, non a disaccordi tra i giornalisti e la proprietà”. La solita storia, una vecchia storia, la storia dei rapporti, che Massimo Gaggi, corrispondente da New York, sottolinea sul Corriere: “Molto distaccata coi giornalisti, altera, spesso assente dal suo ufficio, Jill negli ultimi tempi aveva visto rapidamente deteriorarsi il rapporto col suo vice, Dan Baquet”.

Due storie parallele, in qualche modo molto simili, la cui fine avviene praticamente in contemporanea e anche questo è un elemento di forte suggestione evocativa.

Nessuno di noi ammetterà mai di non riconoscere il ruolo professionale di una donna solo perché all’interno del consesso sociale ci sovrasta di (almeno) un gradino, nessuno potrà mai formalizzare una questione che semmai è decisamente culturale e riprende la storia dei rapporti tra uomini e donne e la progressiva costruzione delle società moderne per come le conosciamo. Nessuno avrà mai il coraggio di sostenerne a petto in fuori la subalternità, rispetto all’organizzazione maschile che le ha escluse per molto e molto tempo e tende a farlo ancora oggi con i risultati che abbiamo sotto gli occhi (per inserirle nei consigli di amministrazione abbiamo aspettato mezzo secolo e ancora oggi, se c’è da decidere un posto di rilievo, la taglia-nastri presidente è donna, l’amministratore delegato è uomo).

Però, cari maschietti, ammettiamolo: se una donna ci dà un ordine con un certo piglio, una certa sicumera, né più né meno come lo farebbe un maschio alfa, noi internamente rosichiamo come pazzi, non ce ne facciamo una ragione di come mai “quella lì” abbia potuto occupare una posizione di rilievo, e comunque più in rilievo della nostra, la aspettiamo irrimediabilmente al varco, sperando intimamente nelle sue disgrazie. E in fondo è lo stesso, anche se con stile diverso, nel caso in cui dovesse rivolgersi a noi con la migliore delle intenzioni, calma e gentile, tanto che quell’atteggiamento ci parrebbe subdolo, quasi un cinico paravento della sua rivincita sociale nei confronti del povero maschio.

Insomma, una distanza che non si colma, un mancato riconoscimento che investe quel senso di inutile superiorità nei confronti dell’altro sesso che vogliamo disperatamente proteggere e mantenere per non doverci confrontare – finalmente – sul piano non più inclinato del confronto tra eguali.