I talk show: letteralmente, lo spettacolo della conversazione. E tuttavia di conversazione ce n’è pochissima: lo scopo dei cosiddetti ospiti è far fare una figura barbina agli altri, ognuno cercando di dimostrarsi più bravo, più spiritoso, più autorevole. E siccome, in queste trasmissioni, gli ospiti sono sempre tantissimi, il risultato è una rissa permanente, fatta di persone che si interrompono, si parlano addosso, qualche volta si insultano, sempre si deridono. Se poi si tratta di politici, il pronome io è quasi sempre sostituito dal pronome noi; quasi che una stupidaggine condivisa da molte persone (il partito, la corrente, il Parlamento, il governo, la giunta, etc. etc.) cessi di essere una stupidaggine. Tra questa gente, l’intellettuale, la persona colta, colui che sa e ha informazioni da condividere, è messo nell’impossibilità di intervenire. Non solo perché tutti gli altri lo soverchiano con il loro schiamazzo; ma anche perché lo stesso conduttore mal tollera un’argomentazione che superi i 2, 3 minuti. Sicché quando non sono gli altri a interrompere, è lui stesso a sollecitare un intervento pur che sia.

E poiché, come ho detto, lo scopo dei partecipanti allo show non è quello di dibattere ma quello di apparire o, quantomeno, oscurare gli altri, il risultato è un cicaleccio assordante, privo di significato e molto irritante. Queste riflessioni si ripresentano puntuali ogni volta che, per via del mestiere che faccio adesso, mi forzo ad assistere a uno di questi show. E sempre mi chiedo se l’assurdità che mi stanno propinando tale sembri a così poche persone.

Mi chiedo cioè come sia possibile che la cosiddetta audience raggiunga misure tanto elevate; che gli spettatori siano davvero interessati a queste esibizioni di superficialità e aggressività. La risposta me l’ha fornita un libro fantastico che, molto colpevolmente, non avevo ancora letto: La civiltà dello spettacolo di Mario Vargas Llosa. Secondo questo premio Nobel (l’attributo infastidirà i molti che non sono disposti a riconoscere le gerarchie intellettuali) il problema sta nel fatto che la cultura è stata mercificata. Nell’organizzazione sociale odierna (appunto la civiltà dello spettacolo) la cultura è assoggettata all’industria del divertimento: deve intrattenere, distrarre, illudere. Esattamente il contrario di quanto faceva prima che la maggioranza delle persone cominciasse a detestare di pensare. È per questo che parlare alla pancia della gente è molto più produttivo di consenso che parlare alle loro teste.

Ed è per questo che chi propone banalità ossessivamente ripetute e progetti miracolistici garantisce alla tv commerciale (per tornare da dove sono partito) ascolti assai più alti rispetto a chi illustra realtà spesso poco piacevoli e che possono anche non avere soluzioni positive. Insomma, i talk-show sono una truffa: promettono un approfondimento che è – in realtà – una mistificazione. E sono anche pericolosi: perché chi li segue ne esce convinto di sapere. Vargas Llosa racconta di una persona di questo genere: un tassista peruviano ammiratore del dittatore Fujimori, gran brava persona che “aveva rubato solo il giusto”. Quando i difensori dei molti ladroni che funestano il nostro Paese troveranno impossibile sostenere che questi loro amici non hanno rubato, forse ricorreranno all’argomentazione del tassista. E, nel mezzo di un talk show ben confezionato, la cosa sembrerà plausibile.

Il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2014