Il post precedente, per deflazionare la “scienza” bungalirista alla Vannoni di chi spaccia la “svalutazione staminale” per terapia miracolistica, riportava un grafico del tasso di cambio reale effettivo (CRE) per l’Italia. Il CRE è la misura corretta per valutare gli effetti del tasso di cambio sulla competitività internazionale per due motivi:

1) Tiene conto del differenziale di inflazione tra i vari paesi;

2) Considera una media ponderata dei tassi di cambio reali verso i maggiori partner commerciali.

Il grafico del CRE dimostra come la presunta “sopravvalutazione” del tasso di cambio nominale dell’euro (che ha oscillato nel tempo sia nei confronti del dollaro che dello yuan o dello yen) non sia assolutamente il motivo principale del declino economico italiano, come sostenuto dai Bungaliristi.

Questo post affronta un altro zoccolo duro delle panzane sulla moneta unica: il confronto con la Germania. La Fig. 1 riporta il CRE dell’Italia e della Germania dal 1980 ad oggi.

Emergono nitidi tre aspetti:

1)     Nel dicembre del 1996, quando l’Italia rientra nel Sistema Monetario Europeo (SME), in preparazione per l’unione monetaria, il CRE dei due paesi è quasi uguale: 103,60 per la Germania, 102,01 per l’Italia.

2)     Il CRE dell’Italia e quello della Germania procedono in sincronia fino a tutto il 2004. Sono gli anni dell’euro debole e della Germania che l’Economist definiva “il malato d’Europa” perché di fronte alla globalizzazione il sistema tedesco (al pari di quello italiano) era rimasto inebetito come un difensore di Serie B alle prese con un guizzo di Messi.

3)     Dal 2005 i CRE, interpretabili come misura della competitività internazionale, iniziano a divergere: la Germania si trasforma in una vaporiera economica che attraversa la tempesta del 2008-09, carduccianamente ansimando solo per pochi mesi.

Il punto cruciale cruciale è ovviamente il 3). Cosa è successo? Il sistema paese tedesco nel 2002 prende coscienza della traiettoria verso il precipizio e imprime una sterzata alla politica economica. Nel 2003 il governo socialdemocratico di Gerhard Schröder (non il Bilderberg o la Gestapo) lancia la cosiddetta “Agenda 2010” (in Germania si programma su un orizzonte temporale che va oltre la successiva comparsata nei talk show). Con quattro leggi, dal 2003 al 2005, viene implementato il cosiddetto Pacchetto Hartz (peraltro in versione edulcorata) che introduce una modica dose di flessibilità nella legislazione del lavoro (molto meno demenziale di quella italiana già prima della riforma) e impone un limite al welfare per chi si rifiuta di lavorare.

Al contrario in Italia governano Berlusconi e Tremonti. Berlusconi si occupa esclusivamente di provvedimenti che lo salvino dalla galera, ma di economia ne capisce quanto una vittima di Wanna Marchi e delega a Tremonti che ne capisce anche meno ma che, tra i Gasparri, i Bondi o i Brunetta, assurge a genio assoluto dell’economia. Il tributarista aumenta la spesa pubblica oltre ogni decenza consentita da Maastricht – bruciando un beneficio di 600 miliardi di minori interessi ottenuti grazie all’euro – piazza amichetti nelle aziende di stato, gestisce banche e sottogoverno anche per conto della Lega, inasprisce il regime fiscale con studi di settore e misure schizofreniche, mette in moto il torchio Equitalia e dispensa teorie farneticanti in libri Mondadori osannati dai pappagalli di regime, inclusi quelli di sinistra (i quali nei salmi a Tremonti si dimostrano persino più ferventi dei pennuti di destra). Non è casuale che i saltimbanchi della Bungalira siano l’attrazione du jourdel Circo Lega Nord dove ha trovato rifugio il timoniere del Titanic.

La differenza del CRE riflette dunque il divario tra un cerchio tragico di sub-olgettini e un governo che ha affrontato la sfida,  anche a costo di scontrarsi con il tafazzismo della sinistra refrattaria all’antibiotico God Badsberg.

Quando i luminari alla Vannoni riciclano dalla salamoia tremontiana il mantra della “svalutazione competitiva”, (la vetta del linguaggio orwellianamente puerile con cui hanno loro candeggiato il cerebro ed eccitato l’ipotalamo), si riferiscono a questo divario. Quando la “gggente der webbe” si indigna per la “svalutazione competitiva”  della Germania (impossibile in un’unione monetaria!) è come se l’asino bocciato agli esami si scagliasse contro la “svalutazione competitiva” di chi si è dedicato ai libri e non alla Playstation. O, per ricorrere ad un’iperbole decodificabile persino nel milieu d’ a’ Carogna, è come se i giocatori del Livorno esecrassero la “svalutazione competitiva” delle squadre avversarie.

Infatti i salari tedeschi sono in media maggiori di quelli italiani e sono sempre cresciuti, anzi stanno aumentando a tassi maggiori della media europea come riportato qui. Negli anni ’80, che vengono spacciati come un’ età dell’oro, e fino al 1992, il CRE italiano nonostante le periodiche svalutazioni fu sempre al di sopra di quello tedesco, a conferma del fatto che un paese malgovernato non recupera competitività a colpi di “svalutazioni staminali”. Sulla crisi del 1992 che segnò la fine dei trucchetti e le sue ripercussioni ho scritto l’anno scorso in Ritorno alla lira per aspiranti nababbi.

Come postilla conclusiva vale la pena di notare che l’economia tedesca non brilla perché sia un inarrivabile paradigma di efficienza (anzi ad un osservatore esterno saltano all’occhio numerose rigidità e debolezze), ma perché i principali competitori continentali, Francia e Italia in primis, esprimono classi dirigenti intrise di mentalità da pliocene pre-globalizzazione, stolidamente impegnate in battaglie di retroguardia per riportare in vita gli anni ’60.

Basterebbe poco e senza scomodare intelligenze sopraffine per permettere al sistema imprenditoriale italiano di misurarsi ad armi pari sui mercati internazionali. Basterebbe ad esempio che Palazzo Chigi non fosse organizzato come una dependence della casa di Barbie, dove graziose signore e Ken precocemente ingrigiti nei sottoscala assolvono funzioni decorative per le finzioni televisive.