I mercati si eccitano, i grandi investitori guardano di nuovo alla Grecia, e la stessa classe dirigente che ha prodotto il buco finanziario ellenico sventola la bandiera di un successo che per le strade non proprio non si vede. Il corto circuito greco non è nel fuorviante dibattito tra dracma o euro, ma nel passaggio intermedio che ha arricchito una plutocrazia sempre più in vetta, radendo al suolo tutto il resto. È un maggio amaro per le strade del Paese, tra tanti locali commerciali vuoti, file di cittadini in religiosa attesa di una busta di frutta o verdura che gli agricoltori disperati distribuiscono gratis per protesta, e produttori di latte che grazie ad una nuova legge sulla lunga scadenza varata dal “governo delle larghe intese con la troika” potranno essere “colonizzati” dalle multinazionali continentali.

In un mercato rionale ho trovato un mazzetto di prezzemolo in vendita a 50 centesimi. Ma lo stesso mazzetto prima della moneta unica costava 20 dracme, ovvero 7 centesimi di euro. Oggi quel numero è stato moltiplicato per sette volte! Chi ha spinto sull’acceleratore per un ricarico su quel prodotto, è lo stesso che oggi usa toni trionfalistici per un pericolo che non è scampato, dal momento che la gestione della moneta unica è stata uni direzionata e lontana chilometri da un benessere comune che oggi tutti osservano come pura utopia, tranne chi in campagna elettorale permanente promette stabilità e rigore. Nel 2012 erano i big a temere per un default, oggi sono cittadini, imprese e famiglie ad essere sull’orlo del baratro.

Uno degli editorialisti più autorevoli del Financial Times, Wolfgang Munchau, ha scritto sul quotidiano della City che per la prima volta la Grecia potrebbe dichiarare fallimento e tornare alla dracma senza troppi svantaggi: certo, oggi i titoli tossici ellenici non sono più custoditi in pancia delle banche di altri Paesi europei, oggi c’è una legge che si chiama memorandum che stringe il suo cappio sul collo greco fino al 2055, per cui da Berlino hanno l’assicurazione che non perderanno un cent (come sarebbe accaduto due anni fa proprio di questi tempi), anzi, ci guadagneranno in interessi milionari.

Ma nessuno ha chiamato a rendicontare del proprio operato gli ex primi ministri ellenici, gli ex ministri delle finanze, gli ex commissari europei che firmavano “cambiali in bianco” ad Atene, o quella classe dirigente che ha avallato l’acquisto di armi da Germania, Francia e Olanda per 68 miliardi di euro. Numeri che fanno rabbrividire quei greci che oggi sono assunti a 350 euro al mese, quelli che devono pagare finanche il bollo sulle auto a metano, quelli a cui il governo fa l’elemosina “alla Renzi” con 50 euro mensili in busta paga, quelli che subiscono l’aumento dell’energia elettrica e della benzina verde.

Quelli che semplicemente hanno scelto la rassegnazione perché non credono più né al rigore tout court né alle promesse di chi li sta affossando.

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