Dice una celebre Upanishad del pensiero reazionario italiano che “L’omo” – inteso come uomo, non certo come uomosessuale – “ha da puzzà“. Il concetto è stato reso popolare da una serie di massime figure del pensiero reazionario italiano, dall’immarcescibile Bombolo al novello Genny ‘a Carogna.

Allo stesso principio si ispirano quei giovani virgulti (e qui qualche odore di uomosessualità comincio invece a percepirlo) aderenti a Lotta Studentesca che hanno stazionato per qualche mezzora dinanzi ai cancelli del liceo che fu di Tullio De Mauro e Marco Pannella, oltre che di Antonello Venditti e Federico Moccia [sic!] per rivendicare, nello splendore del loro unico senso, quello binario, di essere “Maschi selvatici, non checche isteriche“. Maschi selvatici, quindi che san di muschio. Maschi che nun se laveno, che puzzano, insomma, e siamo nel cuore della Upanishad di cui dicevo.

Sulla questione arrivo buon ultimo. Ne hanno già parlato il collega Dario Accolla, la scrittrice Cristiana Alicata, la filosofa bioetica Chiara Lalli, fra le altre elegantissime penne che hanno intinto nel calamaio della propria indignazione.

Quando tutto ciò è accaduto, ero in ferie proprio in Italia. Questa vicenda dei “Maschi selvatici e non checche isteriche” mi si è riproposta così, proprio sulla bocca dello stomaco, e si è contraddistinta per il suo anacronismo da Anni Trenta con tanto di fez e per il suo buffo profilo “involontariamente Camp”, come ha scritto in un meraviglioso ossimoro Manuel Peruzzi su Il Foglio, a sua volta inconsapevole del fatto che il Camp è sempre volontario, o non è Camp affatto.

Il sommo pensatore Andrea Di Cosimo, di Lotta Studentesca, ha così illustrato a Roma Today il senso di quello striscione sui maschi selvatici: “L’azione in questione […] è stata effettuata per esprimere il nostro dissenso nei confronti della decisione di alcuni docenti di sottoporre, agli alunni delle classi del ginnasio, la lettura del romanzo Sei come sei, di carattere decisamente omosessualista e fin troppo esplicito. È inaccettabile che al giorno d’oggi, con la crisi che impera e con la disoccupazione a livelli record, vengano presentati ai giovani studenti modelli di vita deviati e perversi come se fossero la normalità o rappresentassero una priorità. Spetterà a noi ragazzi rialzare le sorti del nostro paese e non sarà di certo attraverso la propaganda gay che ciò sarà possibile. […] Ci auguriamo che non si verifichino più episodi di questo tipo e che romanzi del ‘genere’ vengano eliminati definitivamente dalla scuola pubblica”. Blablabla.

Ora, caro Andrea Di Cosimo. I romanzi “omosessualisti”, dici. Sapevo dell’esistenza della letteratura omosessuale – quella precedente ai fatti dello Stonewall – e dell’esistenza della letteratura gay, successiva al 1969. Ed ero al corrente anche delle polemiche fra i critici letterari sulla (im)precisione di questa etichetta. Il punto è che la letteratura “omosessualista” è proprio una roba noverrima. Spieghi che poi, al dunque, si tratta di “propaganda gay” che sfrutta la (plutogiudaica?) crisi economica per meglio insinuarsi. Tipo “Leggi Mazzucco, e impara come fare pompini anziché cercar lavoro”, se capisco bene.

Non ho letto il testo di Mazzucco se non nelle parti estrapolate per tacciarlo di pedo-pornografia. E lì, proprio nel paragrafo dedicato a quella che pare essere l’unica fellatio dell’intero romanzo, beh, sono d’accordo con lo stavolta assai consapevole Manuel Peruzzi: poffarbacco, non si narra così di un pompino! 

Tu dichiari ardito: “Spetterà a noi ragazzi rialzare le sorti del nostro Paese“. No, Venerdì Di Cosimo, non spetterà a voi ragazzi di Lotta Studentesca. A voi domani spetterà al massimo condurre curve da stadio a cavalcioni su una rete. Le sorti del Paese saranno rialzate invece da quegli studenti etero, gay e bisex del Giulio Cesare che hanno già saputo scrivere delle mature lettere di sostegno, per difendere le loro prof ingiustamente finite sotto il vostro miserabile j’accuse (e che non sono state denunciate da nessuno, come fa notare l’ottima preside).

La classe dirigente del domani si intravede già dietro quelle righe, così come si intravede la dignità dell’oggi nella difesa della preside e, in complesso, nella reazione della società civile al vostro gesto soporificamente infame.