E’ anaciclosi, un segno del destino, come un cerchio che si chiude. Tutto nasce e finisce a Roma. Nel 1979 l’uccisione del tifoso Paparelli, lo sparo di un razzo dentro l’Olimpico. Sabato tre feriti a pistolettate, lontano chilometri sempre dallo stesso stadio. E come negli anni ’70 quando le dita mimavano la P38, il fenomeno ultras ora rischia di mutare in mito lotta armata e latitanza, se l’esame del guanto di paraffina dice che l’arrestato romanista non ha sparato. Finché le curve verranno gestite in termini emergenziali e non come massa sociale critica, contenitore sub-culturale, quel che resta del vecchio tifo organizzato può sconfinare nell’autoalimentazione di mire banditistiche, scorribandismo deviato e settarismo da pecora nera. Insomma, una comunità di schegge impazzite e senza regole sta alle porte: pericolosissimo!

Ricordate il delitto Spagnolo, morto pugnalato in Genoa-Milan 1995? Allora gli ultras d’Italia si coalizzarono in raduno dietro lo slogan “Basta lame, basta infami”. Come a dire: “Ha sbagliato uno solo, non tutti noi. Ripartiamo insieme”. Oggi no, siamo arrivati alla sparatoria senza nemmeno una sdegnata reazione unitaria. Le curve sanno che qualcosa non torna, oltre la dinamica dell’ultima vicenda di sangue. Colpa di leggi liberticide al limite della costituzionalità, di una caccia alle streghe cavalcata dalla Tessera del Tifoso, concepita come burocratica ghigliottina proibizionistica e non come un’opportunità di crescita collettiva. La repressione forzata ha creato una galassia frammentata, disomogenea, mimetizzata nel sottobosco urbano. E la violenza non è mai sconfitta. Anzi. L’hanno semplicemente spostata, invece di contenerla. A Roma, da anni gira la frase “ci toglierete dagli stadi, ci troverete per le strade”. Ecco, è successo così, un modello inglese all’italiana.

Che serve? Che a decidere siano persone sagge e competenti. Serve una gestione consapevole e condivisa del problema, dove addetti ai lavori, esperti comunicatori e sociologi possano dire la loro, senza delegare sempre tutto alla pubblica sicurezza. Dallo straordinario, devono transitare nell’ordinario. La politica troppo spesso vive sull’onda dell’indignazione popolare e del consenso facile: “DASPO a vita” non regge, è da Stato di Polizia. Lo sa benissimo Alfano come, prima di lui, lo sapeva Maroni. Per creare una nuova cultura del calcio, in una democrazia calcistica avanzata serve il coinvolgimento della base, come da tempo avviene in Spagna, Germania e Inghilterra, dove il tifoso è centro del progetto, socio attivo del club.

Non paga la demonizzazione a oltranza, né l’esclusione: sono più di trent’anni che la percorrono senza risultati stabili, né duraturi. Ne traggano le conseguenze. Ha detto bene Papa Francesco: “Il calcio è un fenomeno sociale”. Lo scrivevo già nel mio libro Cuori Tifosi, il grido a lutto delle curve italiane. Guardate cosa hanno fatto i tifosi del Torino per la ricostruzione del Filadelfia nel ricordo di Superga o cosa faranno i laziali per celebrare i 40 anni dallo scudetto Chinaglia: in migliaia uniti con lo sguardo rivolto al passato, in modo transgenerazionale verso pellicole in bianco e nero, che più che sterile revanscismo da stadio è il sintomo della spasmodica ricerca di un appeal smarrito. Gli ultras sono (erano?) l’anima più viscerale del tifo: anche in tempi di disoccupazione e crisi, i giovani hanno bisogno di sognare, di riscoprire valori antichi, i principi costituenti di cuore e maglia sudata, quel modello d’aggregazione sociale che il calcio tecnocratico, malato e impazzito di oggi non sa più trasmettere, perché geneticamente modificato, costantemente in conflitto d’interessi, venduto, parcellizzato tra consumismo usa e getta e salotti perbenisti tronfi di sterile retorica fine a se stessa.

Statene certi: passata la sfuriata, senza un vero progetto ‘Altro’ saranno da punto a capo, come sempre. Al massimo, li rivedremo sperare che tutto vada bene, sicuri dei loro teoremi, intervistati in qualche solenne conferenza stampa. Però poi, sotto al tavolo, incroceranno ancora le dita, invocheranno magari il miracolo del prossimo San Gennaro di turno, affinché tutto fili liscio, alla ‘speriamo che io me la cavi’ come hanno già fatto con Genny ‘a Caragona, prima di scaricarlo all’inferno.

Ecco perché dico, attenti: siamo al punto di non ritorno. Non si creino mostri, né ulteriore sindrome da guardia e ladri. Se l’obiettivo è alzare il livello di tensione per logiche elettorali, pensando che la bacchetta magica sia cementificazione e business da legge stadi nuovi, continueranno a sbagliare. Oltre il contenitore, bisogna ridisegnare il contenuto. Se si vuole che nessuna madre debba più piangere suo figlio, accarezzandolo intubato in ospedale: ma interessa davvero?