Un unico complesso disegno di violenza, portato avanti in maniera simmetrica da una parte da Cosa Nostra e dall’altra dalla Falange Armata. L’oscura sigla che ha rivendicato ogni singolo atto criminale avvenuto in Italia tra il 1990 e il 1994 ha fatto oggi il suo ingresso nel processo che vede Calogero Mannino accusato di violenza e minaccia a un corpo politico dello Stato. L’ex ministro democristiano, uno degli imputati del processo sulla trattativa tra pezzi dello Stato e le istituzioni, ha scelto di farsi processare con il rito abbreviato: il suo processo si svolge quindi davanti al gip Marina Petruzzella, in contemporanea al procedimento attualmente in corso davanti la corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto.

Secondo i pm palermitani sarebbe stato Mannino il primo a cercare un’interlocuzione con Cosa Nostra, che tra la fine del 1991 e i primi mesi del 1992 decide in un colpo solo di liberarsi dei nemici storici dell’organizzazione e di tutti quei politici che avevano tradito i patti con la Cupola, non riuscendo a neutralizzare le sentenze del maxi processo, diventate definitive il 30 gennaio del 1992. La chioma bianca di Salvo Lima riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è il primo atto di guerra della piovra allo Stato. Poi il 4 aprile tocca al maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, vicino allo stesso Mannino, caduto in un agguato il 4 aprile: un omicidio che per anni è stato derubricato a semplice vendetta della cosca agrigentina contro il carabiniere che si era guadagnato il soprannome di “mastino”.

Non la pensano così i pm palermitani che invece vedono l’assassino di Guazzelli come un messaggio diretto a Mannino: “Adesso o ammazzano me o ammazzano Lima” avrebbe detto l’ex ministro al maresciallo poco dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso. È per questo che, come già avvenuto nel caso di Lima, la Falange Armata si attiva rivendicando anche l’assassino del carabiniere. Una rivendicazione arrivata tramite una telefonata all’Ansa di Bari, che utilizza le medesime parole già usate per esprimere soddisfazione dopo l’assassino dell’europarlamentare della Dc: “La Falange Armata si assume la paternità politica e la piena responsabilità morale dell’omicidio”.

Per i pm è l’ennesimo indizio che prova il collegamento dell’omicidio Guazzelli con l’esecuzione di Lima, all’interno di un unico disegno criminale che prevedeva anche l’assassinio di Mannino. È per questo che oggi in aula il pm Roberto Tartaglia ha chiesto di produrre gli atti relativi alle due rivendicazioni della Falange: il gup si è riservato di decidere il prossimo 12 giugno. “Riteniamo – dice la procura – che la sigla della Falange Armata fornisca, anche in questo processo, una dimostrazione di unitarietà e di identità del complessivo disegno di violenza e minaccia alle Istituzioni, perseguito anche da Cosa Nostra nel 92 e nel 93”.

Il grilletto dei killer di Cosa Nostra contro Mannino però non verrà mai premuto: secondo l’accusa l’ex Ministro si attiva per cercare di aprire un fronte di interlocuzione con i boss, salvandosi quindi la vita. È quello che sostiene un anonimo, con otto pagine dattiloscritte inviate a magistrati e giornalisti dopo la strage di Capaci: è il cosiddetto Corvo Due, che racconta di come alcuni politici si fossero attivati per smorzare la furia vendicativa di Cosa Nostra. Tra questi appunto lo stesso Mannino, su cui pendeva un piano di morte, che secondo Giovanni Brusca era già in fase avanzata. “Da potenziale vittima di Cosa nostra ho comunque continuato a esercitare il ruolo di contrasto alla mafia che ha contraddistinto tutta la mia vita: i pm si industriano ancora ad alimentare accuse infondate” ha detto l’ex ministro facendo dichiarazioni spontanee in aula.

I pm hanno chiesto di produrre anche alcuni atti relativi proprio alle indagini sul Corvo due affidate all’epoca a due magistrati: Paolo Borsellino e Vittorio Aliquò. Il giudice poi assassinato in via d’Amelio delegò dell’attività investigativa due corpi speciali: il Ros e lo Sco. Passano poche settimane e Antonio Subranni, allora capo del Ros e oggi imputato nel processo sulla Trattativa, inviò all’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco una nota dal carattere informale: “caro Piero” scrive l’alto ufficiale dei carabinieri, allegando alla missiva due take dell’agenzia Ansa, in cui si rende noto come per il Ros l’anonimo del Corvo Due sia solo una manovra della mafia per delegittimare le istituzioni. Nella nota informale spedita a Giammanco, Subranni dice di condividere quanto riportato dall’Ansa, dopo appena pochi giorni dall’inizio delle indagini.

Eppure, stando sempre alle tesi dell’accusa, per Borsellino quell’anonimo era molto interessante. Ecco perché agli atti del processo, i pm hanno chiesto anche di inserire i verbali della deposizione di Carmelo Canale al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu: secondo il carabiniere il famoso incontro tra Mori, De Donno e Borsellino del 25 giugno 1992, era stato chiesto dal magistrato proprio per discutere delle indagini sul Corvo Due, e non invece per parlare dell’inchiesta su mafia e appalti, come da sempre sostenuto dai due imputati del processo sulla trattativa. Le indagini sul Corvo due però non andranno mai avanti, dato che il 3 ottobre 1992, Subranni chiede esplicitamente di chiudere le indagini sull’anonimo assumendosene “la piena e personale responsabilità”: questa volta invia una nota ufficiale indirizzata a Vittorio Aliquò, l’unico pm titolare dell’inchiesta ancora in vita, dato che nel frattempo Borsellino era saltato in aria nell’inferno di via d’Amelio.

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