Quando, nel 2001, Amedeo Matacena fu escluso dalle liste di Forza Italia perché condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, ci tenne a dire pubblicamente due cose: che era andato “a Palermo e a Caltanissetta” per testimoniare a favore di Marcello Dell’Utri e che Cesare Previti (di origini reggine) era stato “padrino di mio figlio”. I nomi di due inquisiti di lusso, per i quali il partito aveva usato il guanto di velluto, erano sbattuti in faccia al leader Silvio Berlusconi e al coordinatore nazionale del partito: Claudio Scajola, arrestato oggi, 13 anni dopo, con l’accusa di aver cercato di favorire la sua latitanza. L’avvertimento non sortì effetto e l’allora ras del partito a Reggio Calabria restò escluso dalle liste.

Alto, corpulento, un gigante con due grandi occhi chiari, nelle occasioni mondane sempre a fianco della bella ed elegante moglie Chiara Rizzo (anche lei oggi destinataria di un ordine di custodia cautelare), Amedeo Gennaro Raniero Matacena era un impresentabile da ben prima di essere inquisito dall’allora pm reggino Salvatore Boemi. Tanto che persino dall’interno di Forza Italia locale erano partite diverse denunce rivolte principalmente al coordinatore Scajola, che però restarono lettera morta fino all’intervento della magistratura. Intervento che, dopo un ultradecennale iter giudiziario, ha portato alla condanna definitiva dell’ex parlamentare, oggi latitante a Dubai e aspirante fuggiasco in Libano, come il collega e beneficiato (dalle testimonianze in tribuale) Dell’Utri. E lo stesso Scajola si ritrova accusato oggi di aver messo in campo un’attività diretta a eleudere l’esecuzione della pena” inflitta all’ex collega di partito. Attraverso un  personaggio, Vincenzo Speziali, che potrebbe aver avuto un ruolo anche nel viaggio libanese di Dell’Utri.  Corsi, ricorsi, intrecci. 

Figlio dell’imprenditore Amedeo Matacena senior, animatore della rivolta dei “boia chi molla”, ai tempi d’oro il politico reggino contava su un bacino elettorale fondato sui circa 800 dipendenti della Caronte – la linea di traghetti dello Stretto di Messina – e le loro famiglie. Dopo una fulminante carriera nella politica locale, nel 1994 era diventato parlamentare di Forza Italia in quota Partito liberale italiano. La sua visione politica era ben chiarita dai manifesti che campeggiavano nella segreteria di parco Fiamma, zona bene di Reggio: “Siamo riusciti a ottenere finanziamenti per 297 miliardi di lire, circa due miliardi e mezzo di lire al giorno, se si considera che il governo Berlusconi è stato in carica solo quattro mesi, escluso il periodo di rodaggio”. E giù una sfilza di dighe, strade, svincoli, edifici pubblici pagati dal bilancio dello Stato. Persino i nuovi uffici della polizia stradale rientravano nei vanti dell’onorevole Matacena.

Dei suoi saldi rapporti con la ‘ndrangheta si parlava molto, anche prima dell’inchiesta. E non è che lui facesse molto per nasconderli. Nel 1989 disse al Corriere della Sera: “Voi giornalisti fate confusione tra la delinquenza e la mafia, che ha le sue regole morali. Regole morali simili a quelle del miglior galateo. La mafia parla di protezione della donna, di strette di mano e non di carte scritte, di rispetto della persona e di valori”. Chi scrive lo incontrò all’epoca dell’esclusione delle liste, per il settimanale Diario. Sprofondato nella poltrona del suo ufficio alla Fiamma, Matacena rivendicò il diritto, per un parlamentare, di incontrare pregiudicati: “La popolazione carceraria, i pregiudicati, hanno una valenza sociale o no?”. Rivendicò anche la sua presenza a un matrimonio del clan Alvaro di Sinopoli: “E allora? C’erano anche i massimi rappresentanti in grado delle forze di polizia. Sono stato invitato dallo sposo, che era del mio collegio e non appartiene alla famiglia Alvaro. Non mi sembra di dare alcun vantaggio a nessuno”.

Si scagliò contro il carcere duro per i mafiosi: “Sa cos’è il 41 bis? È una cosa inumana, significa sotterrare vive alcune persone e creare una fabbrica di pentiti”. Una volta, al termine di un interrogatorio con il pm Boeri si era congedato con un ironico “baciamo le mani”, provocando il vistoso imbarazzo del suo legale (e parlamentare di Fi) Alfredo Biondi. Alle amministrative del 1997 a un suo avversario interno a Forza Italia venne in mente di candidare un giudice, ma un indignato Matacena mise il veto con un’intervista alla Gazzetta del Sud: “Fin quando sarò deputato io, nessun magistrato sarà mai sindaco di Reggio Calabria”.

Ben altri sono i candidati che devono la loro ascesa all’armatore-politico. Per esempio Giuseppe Aquila, licenza media, barista sui traghetti Caronte, proiettato da Matacena alla vicepresidenza della Provincia di Reggio nonostante un’imbarazzante parentela con il boss Demetrio Rosmini. Indagato pure lui per mafia, Aquila patteggerà poi due anni di reclusione e confesserà ai giudici di essere stato “il braccio politico dei Rosmini”. Proprio la vicinanza al clan Rosmini sta alla base della condanna definitiva di Matacena. Un dissidente di Forza Italia raccontò a Diario che alle amministrative Matacena usava mettere in lista i candidati più impresentabili quando gli elenchi “erano già in tipografia”, in modo che nessuno potesse controllarne per tempo il pedigree. Nel 1997 ci finì dentro anche un pregiudicato per traffico di stupefacenti.

Agli atti di un altro processo che ha coinvolto il politico resta persino il verbale di una riunione del 5 settembre 1995 relativa alla holding economica dei Matacena, dove viene messa nero su bianco la “sinergia” tra politica e affari: “Elio Matacena (fratello di Amedeo, ndr) ci tiene a puntualizzare che le sinergie del gruppo vanno intese sia nel senso imprenditoriale che legate al mondo politico”. Segue dibattito sulla necessità, in vista di future “nomine di competenza della Regione“, di approntare una lista di “nominativi di sicura affidabilità, che possano contribuire allo sviluppo dell’area reggina con conseguente affermazione dei principi politici dell’on. Matacena”. 

L’inchiesta e il processo diranno qual è stato il ruolo di Claudio Scajola rispetto alla latitanza di Amedeo Matacena. Certo è che l’allora coordinatore di Forza Italia ricevette tante denunce sullo “stile” politico del numero uno di Forza Italia a Reggio. E si guardò bene dall’intervenire.