Ogni anno, la web community più elitaria del mondo, la Edge Foundation, chiede ai propri amici e sostenitori – qualche centinaio di scienziati come Richard Dawkins, di psicologi come Roy Baumeister, di matematici come Freeman Dyson, di scrittori come Ian McEwan e poi medici, filosofi, sociologi, artisti –  di rispondere a una domanda (per scegliere la quale ci sono voluti a volte mesi di discussione e ripensamenti) in modo da provocare il sapere consolidato. Per esempio, la Edge question del 2005 era: “Che cosa pensate sia vero anche se non potete provarlo?” Quella del 2013:  “Di che cosa dovremmo avere veramente paura”? 

Al quesito di quest’anno “Quale idea scientifica dovrebbe andare in pensione?” Azra Raza ha risposto: i modelli di topo usati nella ricerca biomedica per il cancro.

Pakistana di nascita e americana di adozione, Azra Raza dirige il prestigioso Mds Center della Columbia University di New York, dove si studiano le rare sindromi mielodisplastiche, che possono degenerare in leucemia acuta. Docente universitaria di medicina, vincitrice nel 2012 del premio Hope Award for Cancer Research, Azra Raza guarda alla propria esperienza di ricerca scientifica ormai pluridecennale, e scrive: “Una verità innegabile che viene ignorata o alla quale viene messa la sordina nella ricerca sul cancro è che i modelli di topo non riproducono la malattia umana e sono essenzialmente inutili per lo sviluppo dei farmaci”.

Se il percorso lavorativo di questa donna in carriera è sorprendentemente denso e ricco, non lo è di meno il profilo umano. In una emozionante intervista di qualche mese fa, Azra Raza aveva raccontato a Scott Douglas Jacobsen come è nata la sua voglia di studiare la vita: “A quattro anni, a Karachi, passavo già interi pomeriggi sdraiata per terra a osservare le formiche entrare e uscire dai loro cunicoli e a immaginare la loro esistenza”. A questa precoce passione seguono – con il trasferimento negli Stati Uniti – l’incontro con la medicina e i grandi progetti di cura radicale delle malattie, le battaglie professionali vinte e quelle perdute, l’intenso rapporto con la figlia, la precoce morte per cancro del marito, la collaborazione con virologi di fama come Robert Gallo, Don Ganem e Joe DeRisi, i possenti amori letterari (conosce a memoria alcuni canti della Divina Commedia), l’umiltà e i nuovi punti di vista acquisiti a contatto con i pazienti. 

Adesso, nella risposta alla Edge Question 2014, c’è il resto della storia. Poco meno di settanta righe dove Azra Raza segnala dall’interno della comunità scientifica, non soltanto agli amici della web community ma a tutti noi, quali ritardi e quali costi umani, scientifici ed economici la sperimentazione animale imponga alla società. Concetti chiari, che riassumo qui di seguito nei punti principali:

Punto primo, non ci sono prove che i modelli animali funzionino: “Nel 1977 – scrive Raza – i ricercatori hanno guarito la leucemia acuta dei topi con farmaci che stiamo usando ancora adesso negli esseri umani alle stesse dosi e modalità di somministrazione, con risultati tremendi. Prendere delle cellule cancerose umane, coltivarle in laboratorio, iniettarle nei topi il cui sistema immunitario è stato compromesso per evitare il rigetto, e quindi esporre questi “xenotrapianti” a farmaci la cui efficacia e il cui profilo tossicologico dovranno poi essere riferiti ai tumori degli esseri umani è quanto di più artificiale si possa immaginare”.  

Punto secondo, si sprecano tempo, energie e risorse preziose: “Uno studio scientifico ha dimostrato che i 150 farmaci contro la sepsi sperimentati nei trial clinici sull’uomo al costo di miliardi di dollari sono falliti uno dopo l’altro perché erano stati sviluppati utilizzando i topi. Sfortunatamente, si è scoperto che ciò che si presenta come sepsi nei topi non ha niente a che fare con la sepsi dell’uomo”. 

Robert Weinberg, il notissimo docente di ricerca per il cancro e direttore del Ludwig Center del Mit, ritiene che gli scienziati del settore stentino a prendere atto della situazione per due motivi: perché non ci sono modelli con i quali sostituire “quel povero topo”; e perché la Us Food and Drug Administration (Fda) continuando a riconoscere i modelli animali quale gold standard per lo sviluppo di nuovi farmaci ha creato una situazione di palese inerzia. 

Azra Raza concorda con Weinberg, ma a suo avviso esiste anche un terzo motivo che ha a che fare più da vicino con la “fragilità della natura umana”: “Troppi laboratori di peso e illustri ricercatori – scrive – hanno consacrato la propria esistenza a studiare le patologie maligne nei modelli di topo, e sono le stesse persone che poi devono decidere dove vanno allocati i fondi del National Institutes of Health/Nih (la possente agenzia federale americana per la ricerca medica)”.