La Borsa boccia sonoramente il piano industriale della Fiat presentato nella notte da Sergio Marchionne a Detroit. Fin dall’apertura di Piazza Affari il titolo non è riuscito a fare prezzo, per poi entrare agli scambi in perdita del 6% a 7,9 euro e a metà seduta ha ampliato le perdite per chiudere con un crollo complessivo dell’11,69 per cento. Sull’ottovolante la controllante Exor che ha oscillato per tutto il giorno e ha chiuso in calo dell’1,96 per cento. Molto sostenuti gli scambi: in poche ore sono passate di mano oltre 43 milioni di azioni Fiat (il 3,4% del capitale), contro una media quotidiana dell’ultimo mese di Borsa di 16 milioni di pezzi. Al di là del piano industriale al 2018 e della conferma di Marchionne fino a quella data, pesano i dati del primo trimestre inferiori alle stime degli analisti. Sul titolo hanno pesato vari fattori. Innanzitutto il fatto che agli obiettivi ambiziosi del piano non fa da contraltare alcuna opzione che lasci margine alla speculazione come poteva essere la vendita di Ferrari, né sorprese positive su indicatori come la generazione di cassa (nulla fino al 2016 a causa degli investimenti previsti, 55 miliardi quelli cumulati al 2018). Senza contare l’assenza di dividendi per tutto il quinquennio. Poi c’è la trimestrale in rosso per la spesa non ricorrente dell’acquisto della quota di Chrysler a gennaio dal sindacato Uaw. E così nel breve periodo la previsione, pressoché unanime, delle case di investimento, è di prese di profitto dopo la recente corsa del titolo e in attesa di vedere se gli obiettivi, a partire da quelli di quest’anno, saranno centrati. Tra i delusi del piano, spicca Mediobanca che ha abbassato la sua valutazione sul Lingotto a neutral dal precedente outperform (che significa comprare moderatamente).  

GLI OTTO PRECEDENTI – “Questa volta è un piano globale ma non dimentichiamo che tutti gli otto piani presentati da Marchionne in Italia non si sono mai conclusi. Sono stati sempre rinviati nei tempi e negli effetti e ridotti negli investimenti. Il dubbio nasce dai precedenti”, è stato invece il commento di Giorgio Airaudo, ex numero uno della Fiom per l’auto oggi deputato di Sel. Airaudo sottolinea anche il forte indebitamento del gruppo: “non si capisce come possa pagare tutti gli investimenti”, ha osservato. Quanto all’Alfa “già nel 2010 Marchionne indicò l’obiettivo di mezzo milione per il 2015, speriamo che questa volta l’obiettivo di 400.000 nel 2018 possa essere raggiunto”. In tutti i casi “si allungano i tempi per il rientro dei lavoratori, a Mirafiori era previsto entro il 2014 e ora si passa al 2018, grazie al sistema italiano della cassa integrazione che Marchionne critica ma non abbandona”. Infine Airaudo definisce i sindacati che sono stati invitati a Detroit “ospiti stranieri in Usa: viene da pensare che Marchionne anticipi Renzi nell’intenzione di andare oltre il sindacato. Hanno diritto d’applauso, ma non di critica”.

“IL FUTURO E’ INIZIATO A POMIGLIANO” – Non la pensa così Luigi Angeletti. “Le premesse per il futuro del gruppo automobilistico FCA sono positive”, ha detto il segretario generale della Uil in un’intervista a TgCom 24 sottolineando che “il futuro è iniziato con l’accordo di Pomigliano. La cosa importante è che vogliono investire, creare nuovi modelli e raggiungere quegli obiettivi di produzione e vendita che garantirebbero la saturazione degli stabilimenti e quindi l’occupazione. Questa impostazione può rappresentare la svolta in senso positivo”. A suo parere comunque, “tutto è cominciato con l’accordo di Pomigliano: senza quell’intesa non staremmo discutendo di Fiat né di FCA”. Angeletti si dice infine convinto che “se i prodotti avranno successo, non ci saranno problemi occupazionali. In un’economia di mercato si producono le macchine che si vendono, non accade il contrario. Se faranno buone auto – e ne sono abbastanza convinto perché sono capaci – questa garanzia sarà solida, non basata sugli auspici, ma sui fatti“.

“La produzione automobilistica cambia marcia ed è una realtà che valutiamo positivamente”. E’ invece il giudizio espresso a Radio1 Rai da Rocco Palombella, segretario generale della Uilm. “Si completano gli investimenti in Italia sui segmenti medi di gamma, per esempio, come Jeep e Grande Panda a Melfi e Pomigliano d’Arco, ma si guarda, soprattutto, all’alta gamma. Lo dimostrano i 5 miliardi di euro disponibili per Alfa Romeo ed i 2 miliardi per Maserati, una scelta che rende completamente operative tutte le potenzialità dei siti di Cassino e Mirafiori”, ha proseguito. “Tutto ciò significa futuro per gli 80mila addetti del gruppo che hanno registrato migliaia di ore di cassa integrazione ed ora ritornano alla piena produzione. Ci aspettiamo dagli Usa analoghe prospettive dichiarate dal gruppo dirigente per Cnh-Industrial”. Il leader della Uilm ha posto un preciso riferimento all’appuntamento di metà maggio a Torino con Fiat: “E’ la data in cui ci ritroveremo con l’azienda per discutere del rinnovo contrattuale ed un gruppo che si è presentato con un piano così ambizioso non può che rinnovare il contratto specifico di lavoro scaduto da più di quattro mesi. Entro il mese di maggio il management Fiat ci spiegherà in Italia in modo analitico gli investimenti specifici per ogni stabilimento, ma a metà mese è bene sapere che il contratto va rinnovato”. 

LANDINI: “CONFERMARE LA CREDIBILITA'” – Il Landini-pensiero è al contrario che quello annunciato da Marchionne è un “nuovo piano la cui credibilità va confermata e verificata visto che molte volte i piani annunciati da Fiat sono stati modificati e trasformati”. Ma è ora che “il governo cambi passo, abbandoni una situazione di subalternità e non sia spettatore. Convochi l’azienda per esigere certezza dell’impegno“, ha detto il leader Fiom. “Marchionne dice che vuole scrivere un nuovo libro: bene, ma in questo libro si deve cambiare modello di relazioni industriali dove nessuno sia escluso e in cui il governo faccia la propria parte come l’hanno fatto Obama, Merkel e Hollande”, ha aggiunto. Ma “il governo deve fare il governo: la politica industriale deve svolgere un ruolo nella quale si deve chiedere conto degli annunci. Ma questo se davvero il governo è interessato a cambiare il proprio ruolo subalterno”, ha aggiunto. Con il piano comunque, per la Fiom si renderebbe necessario “un utilizzo più esteso dei contratti di solidarietà, facendo una riflessione stabilimento per stabilimento”, ha concluso ricordando come già ora, per quanto riguarda la produzione auto, il 60% dei lavoratori tra tutti gli stabilimenti Fiat siano in cassa integrazione. Quanto alla Lancia, di fatto, ha argomentato Landini,”scompare”, perché non c’è alcuna riflessione in merito. Inoltre, si chiede ancora il segretario Fiom, “dove vengono reperite le risorse per finanziare” il piano industriale visto che “c’è un indebitamento molto alto e la liquidità interna, in passato, è stata utilizzata per pagare gli interessi sui debiti?”. Il governo, per bocca del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, fa invece sapere che “quando un’impresa decide e propone di fare investimenti e lavorare in Italia, dopo una discussione lunga sul fatto che questa impresa sarebbe o non sarebbe rimasta un protagonista industriale, di certo è un segnale positivo“. “Ci sono i programmi e i fatti” e bisogna verificarne nel “tempo la coerenza”, ma quando i programmi vengono presentanti vanno “giudicati come tali” e da questo punto di vista si può esprimere una valutazione positiva”, ha aggiunto. 

Da Oltreoceano, invece, il presidente del sindacato United Auto Workers (Uaw), Bob King ha espresso sulle colonne del Detroit News “grande rispetto per Sergio Marchionne, per quello che ha fatto per la crescita della quota di mercato. Per me sarà veramente Fca. Non sarà Chrysler che controlla Fiat o Fiat che controlla Chrysler. E’ realmente una casa automobilistica globale”. 

OTTIMISMO PERPLESSO A POMIGLIANO – Cauto ottimismo e qualche perplessità, infine, tra gli operai dello stabilimento di Pomigliano d’Arco.E’ vero che non ci licenzierà – affermano alcuni operai in regime di contratto di solidarietà – ma nel frattempo noi lavoriamo appena due, tre giorni al mese, e senza un’autovettura aggiuntiva, o un aumento dei volumi di produzione Panda, la nostra situazione economica resta tragica. Avevamo il marchio Alfa Romeo, che fino a quattro anni fa sembrava destinato a morire, ed oggi, che non lo abbiamo più, sarà rilanciato e garantirà la produzione di tre, quattro vetture per altri stabilimenti, non per il nostro. Una beffa”. Più ottimismo nell’area dei circa 2.500 lavoratori impiegati nella produzione diretta della Panda, che si sentono blindati dalla promessa anche della nuova Panda da realizzare a partire dal 2018. “Significa che questo modello è venduto nonostante la crisi – spiegano – e quindi abbiamo altri quattro anni di produzione, anche grazie agli ecoincentivi. Possiamo sperare nel terzo turno, che potrebbe far rientrare tutti a tempo pieno”. Le affermazioni di Marchionne, quindi, non hanno lasciato indifferenti i lavoratori del Vico e, anzi, c’è chi lo vede come “il leader in cui credere“. “Siamo nelle sue mani – spiega Gerardo Giannone, operaio in regime di contratto di solidarietà – io non lavoro tutto il mese, ma solo due giorni, ma dico che dobbiamo credergli in quanto lui è l’unico che ha il coraggio di dire le cose. Gli altri balbettano o stanno zitti”. Meno ottimismo, invece, si respira tra gli operai in cassa integrazione del reparto logistico di Nola, che restano in attesa di missioni produttive che li faccia ben sperare per il futuro: “Speravamo che analizzasse le singole missioni produttive – sostengono alcuni lavoratori – e che rendesse noto il futuro dei 300 che sono a Nola. A luglio per noi scadrà la cassa integrazione, ed ancora non sappiamo neanche se è stato fissato un incontro in vista di quella data, e se ci sono speranze per noi”.