“We are so scared living on these atolls that any time soon waves will come and sweep over all of us.”
Juliana Samsi, arcipelago di Carteret, Papua Nuova Guinea

 

“We did not make this problem, you did.” 
Bernard Tunim, capo dell’isola di Han, quasi totalmente sommersa 

 

E’ tutto scritto nel quinto rapporto dell’International Panel on Climate Change: il nostro pianeta è sempre più caldo, i livelli degli oceani aumenta, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha superato le 400 parti per milione e presto la temperatura del pianeta sarà di 5 gradi superiore rispetto al livello pre-industriale: quasi il triplo del limite di sicurezza.

Ma tutto questo come si traduce nelle nostre vite quotidiane?

Ecco uno dei tanti aspetti dei cambiamenti climatici: isolotti e atolli che vengono letteralmente inghiottiti dalle acque, forzando comunità intere ad abbandonare le proprie case.

Siamo in Papua Nuova Guinea, dove sorge – ancora per poco – l’arcipelago Carteret.  L’acqua è limpida e turchese, la sabbia bianca e le palme ondeggiano con il vento. Sembrerebbero quasi isole per le vacanze esotiche. All’apice, la popolazione di Carteret era di circa 3300 persone.

L’arcipelago è ora quasi completamente sommerso dal mare. Il National Tidal Centre (NTC) australiano riporta un aumento medio del livello dell’oceano di 10 centimetri in 20 anni.  Originariamente Carteret era formata da sei isole, poi l’isola di Huene fu spaccata in due dalle mareggiate. Le isole Han e Piun sono quasi completamente scomparse e si prevede che l’arcipelago sarà del tutto inghiottito dal mare nel 2015.

Le tempeste spesso arrivano di notte e fanno paura.  Alcune case sono state distrutte e cosi i raccolti inondati dalle mareggiate. La terra perde la sua fertilità a causa del conseguente aumento di salinità.  I campi di ortaggi sono diventati così paludi zanzarose,  il taro, il sostentamento fondamentale degli isolani non cresce più, gli alberi di noci di cocco e di banane muoiono e cadono. Carteret, un tempo autosufficiente dal punto di vista alimentare, deve adesso importare cibo da fuori. L’acqua di alcuni pozzi artesiani è diventata salata e non si può più bere, così si cerca di raccogliere l’acqua piovana. Ci sono già casi di malaria e di malnutrizione fra i bambini.

Secondo l’Unesco, gli isolani di Carteret sono i primi profughi ufficiali causati dal riscaldamento globale.

I residenti di Carteret vivono senza automobili ed elettricità. Le loro isole sono remote, e la vita è semplice, quasi primitiva, in simbiosi con la natura ed i suoi ritmi.  Alcune isole hanno una radio o un televisore che funzionano con un generatore. Nell’isola di Han la tv fu regalata da un americano di San Francisco che vi trascorse due anni dopo che il suo aereo fu abbattuto durante la seconda guerra mondiale. Fece costruire un centro ricreativo e ancora adesso manda donazioni agli isolani come riconoscimento verso la loro ospitalità.

Quando sono iniziate le mareggiate, gli abitanti di Carteret pensavano di avere fatto qualcosa di male che avesse scatentato l’ira dei loro antenati  – così hanno ucciso un maiale sacrificale e hanno parlato al vento, chiedendogli di calmarsi. Hanno anche costruito delle barriere davanti le isole per cercare di fermare l’aumento del livello del mare. Ma nulla hanno potuto contro trecento anni di industrializzazione dell’occidente.

Già nel 1984 dieci famiglie erano state trasferite da Carteret all’isola di Bougainville, più grande e a circa 80 chilometri di distanza. Sorsero però contrasti con le popolazioni autoctone già provate da una guerra civile finita nel 2005 e dopo pochi mesi i profughi di Carteret tornarono nella loro isola.

Nel 2008 un altro trasferimento finanziato dall’Unesco e documentato nel pluripremiato Sun Come up: 40 famiglie spostate in un villaggio diverso di Bougainville. La chiesa cattolica donò dei terreni per costruire case-palafitte. Ma anche qui la convivenza si mostro’ difficile e alcune famiglie tornarono indietro.

Non è chiaro dove debbano andare i residenti di Carteret: per loro cambiare isola è qualcosa di profondo, e occorre essere particolarmente sensibili alle loro tradizioni, ai loro modi di vivere, alla loro cultura e come far si che queste possano integrarsi con quelle delle comunità ospitanti. E anche se per noi occidentali un isola vale l’altra, per loro non è cosi.

Il capo dell’isola di Han, Bernard Tunim, fu invitato a parlare al summit del clima di Copenhagen, nel 2009 e disse: “Se gli americani possono andare sulla luna e se gli olandesi possono rubare terra al mare, perché non possono fare qualcosa per la nostra isola?”.

Che risposta dargli?

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima che entro il 2050 saranno almeno 200 milioni le persone che saranno costrette a spostarsi per via dei cambiamenti climatici. 

 Qui le immagini di Carteret sommersa dal mare