Era il gennaio del 2012 quando la Procura di Roma parì un’inchiesta sull’affare immobiliare dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi.  Ma nessun reato fu compiuto nell’acquisto dell’appartamento Inps a Roma messo in vendita, insieme a tutti gli appartamenti dello stabile, a seguito della cartolarizzazione decisa dallo Stato. Casa pagata, secondo l’allora deputato Pdl Amorosino, “al prezzo della patate”. Il giudice per le indagini preliminari Alessandra Bossi ha emesso un decreto di archiviazione.Il sottosegretario nel 1986 aveva in affitto dall’Inps una abitazione davanti all’anfiteatro Flavio: comprata nel 2008 a 177mila euro e venduta a 800 mila (leggi l’articolo di Marco Lillo). 

Il magistrato ha accolto la richiesta della Procura e “le argomentazioni a sostegno della richiesta di archiviazione si intendono condivise da questo gip, in difetto di elementi idonei e sufficienti a configurare iÌ reato ipotizzato a carico dell’indagato. Alla luce della documentazione acquisita non emergono condotte penalmente rilevanti a carico dell’indagato” anche se in qualche modo viene riconosciuta “la dequalificazione dell’immobile oggetto della indagine” non “appare in alcun modo censurabile – sempre sotto il profilo penalistico – la decisione del Consiglio di stato posta a fondamento della vicenda sulla esclusione dello stabile di via Colle Oppio tra gli immobili di pregio”.

La casa era stata acquistata nel 2008 da ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi per 170 mila euro. Sul tavolo dei magistrati gli articoli di stampa del Fatto. L’immobile, di proprietà dell’Inps, fu acquistato da Patroni Griffi ad un prezzo ‘scontato’ grazie ad una decisione del Consiglio di Stato, che dichiarò l’immobile in questione ”non di pregio”. Tale ‘declassamento’ scaturì da un ricorso degli inquilini che, a fronte della dichiarazione di pregio del palazzo fatta dal ministero dell’Economia, all’epoca guidato da Giulio Tremonti, opposero lo stato di degrado dell’immobile e la necessità di interventi urgenti di restauro. A curare il ricorso fu Carlo Malinconico, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dimessosi poi per il caso delle sue vacanze a Porto Ercole. ”Il paragone con il caso Scajola (che nel frattempo è stato assolto per la casa con vista Colosseo) – aveva detto – è un’offesa insopportabile. Il mio è un atto lecito, che migliaia di altri italiani avrebbero fatto e farebbero”.