L’Italia e l’Unione europea scelgono di affrontare la crisi del 2008 con politiche di austerità, in particolare con tagli alla spesa pubblica, e di ignorare appelli contrari come la Lettera degli economisti che già nel 2010 mette in guardia sulle conseguenze in termini di elevata disoccupazione e sui rischi di tenuta dell’eurozona.

Negli Stati Uniti, invece, nel 2009 viene adottata una politica espansiva da 800 miliardi di dollari come l’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA). Il dibattito sulla sua efficacia si accende sin dai primi annunci. Nel gennaio 2009 duecento economisti firmano un appello per esprimere il proprio parere contrario e proporre tagli sia alla spesa pubblica che alle tasse, mentre economisti favorevoli alla politica espansiva, come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, criticano lo stimolo per i motivi opposti, considerandolo insufficiente[1].

Gli economisti si dividono soprattutto sull’entità dell’impatto che un incremento della spesa pubblica può avere sul Pil americano e, dunque, sul valore del moltiplicatore fiscale. Robert Barro, tra i fondatori della Nuova Macroeconomia Classica, ad esempio,sostiene che il moltiplicatore della spesa sia inferiore ad uno e che, di conseguenza, una politica di espansione della spesa pubblica comporti solo un incremento dei redditi inferiore a quanto speso dal governo per finanziarla. Christina Romer e Jared Bernstein, che hanno lavorato alla politica keynesiana voluta dal Presidente Obama, stimano invece valori del moltiplicatore superiori all’unità in The Job Impact of the American Recovery and Reinvestment Plan. I due economisti, in particolare, stimano di creare o preservare più di 3 milioni di posti di lavoro al quarto trimestre dell’anno successivo.
Nel 2010, però, il tasso di disoccupazione risulta superiore a quanto previsto da Romer e Bernstein e questo fornisce un argomento in più agli oppositori dell’ARRA. L’errore di previsione commesso, tuttavia, non dimostra affatto l’inefficacia dello stimolo fiscale: come spiegano Alan Blinder e Mark Zandi, la situazione economica sarebbe peggiore in assenza di una politica espansiva come quella adottata.

Se in economia, infatti, è estremamente difficile realizzare previsioni esatte, dato che col tempo entrano in gioco diverse variabili non prevedibili, può essere più facile valutare a posteriori le conseguenze di una determinata politica.

A cinque anni di distanza, ad esempio, è possibile confrontare l’andamento del tasso di disoccupazione degli Stati Uniti di Obama con quello dell’Europa dell’austerity. Gli USA, come si evince dal grafico, risentono più di tutti degli effetti della crisi con un aumento vertiginoso della disoccupazione, ma dal 2009, l’anno in cui viene adottato l’ARRA, l’andamento del tasso di disoccupazione cambia e crea, graficamente, una forbice che si allarga sempre di più con le curve dei paesi europei, che invece hanno adottato misure di austerità.

Grafico 1, fonte AMECO

Questo semplice confronto, per quanto significativo, non è sufficiente a misurare quanto le differenti scelte di politica economica abbiano inciso sulla percentuale dei senza lavoro.

Uno studio completo ed eterogeneo sull’efficacia dell’ARRA è quello effettuato dal Congressional Budget Office (CBO), che basa le proprie stime su informazioni provenienti da fonti diverse come modelli di previsione macroeconometrici, modelli di equilibrio generale ed estrapolazioni dirette di dati storici. Nel tentativo di comprendere la maggior parte delle visioni degli economisti, vengono realizzati intervalli di stime e, in particolare, un range da 0,9 a 4,7 milioni di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno (incluse le variazioni da part-time a full-time o straordinario) creati nel 2010, l’anno in cui l’impatto è maggiore. Secondo il CBO, inoltre, gli effetti sull’occupazione cominciano a scemare già dall’anno successivo, ma continuano a manifestarsi ancora con 0,1-0,5 milioni di posti di lavoro creati nel 2013.

Come anticipato, le stime si basano su fonti diverse tra cui le teorie poco credibili e smentite dalla realtà dei modelli di equilibrio economico generale e, dunque, ci sono buone ragioni per credere che i dati forniti dal CBO siano anche sottostimati. La forma base di questi modelli prevede, ad esempio, che i moltiplicatori tendono ad essere inferiori ad uno, ma si tratta di una tesi sconfessata dalla più recente letteratura economica e dallo stesso capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, che nel 2012 ammette di aver commesso errori di valutazione nello stimare gli effetti dell’austerità e dichiara che il valore del moltiplicatore durante la crisi oscilla da 0,9 a 1,7, di gran lunga superiore allo 0,5 che utilizzava in precedenza per fare previsioni.

Anche la regola di politica monetaria di questi modelli, secondo cui un aumento della produzione o dell’inflazione comporta maggiori tassi di interesse aggiustati all’inflazione, viene smentita dalla situazione economica attuale, caratterizzata da tassi bassi e destinati a restare tali per molto tempo.

Nel rapporto del CBO, inoltre, si legge anche che i modelli adottati si basano su ipotesi teoriche altamente improbabili come l’assenza di disoccupazione involontaria, che assume che gli individui possano scegliere quante ore lavorare al salario determinato dal mercato, o come il presupposto che gli agenti economici siano pienamente razionali e lungimiranti. Secondo i modelli dell’equilibrio economico generale, inoltre, le politiche espansive spingono gli individui a ridurre i consumi, perché prevedono di pagare in futuro per ogni aumento di spesa pubblica o minori tasse del presente (equivalenza ricardiana) e tendono anche a spiazzare una notevole quantità di altre attività economiche (effetto spiazzamento), ma l’evidenza empirica non mostra prove sufficienti a sostegno di queste tesi.

Queste considerazioni spingono, da un lato, a promuovere decisamente l’ARRA e, dall’altro, a ripensare i modelli teorici del pensiero economico dominante. Modelli più adeguati, infatti, potrebbero aiutare a discutere con più facilità di politiche espansive negli Stati Uniti e non solo.

Economisti come Krugman, intanto, possono rivendicare le dichiarazioni di cinque anni fa. Studi autorevoli come quello del CBO, infatti, dimostrano l’efficacia della politica espansiva; l’aumento dei tassi d’interesse che avrebbe dovuto spiazzare la spesa privata secondo gli oppositori dell’ARRA non si è verificato e, al contrario, i tassi sono al minimo storico; i consumatori, inoltre, sono ancora bloccati dagli enormi debiti che crescevano durante gli anni della bolla immobiliare e lo stimolo fiscale, dunque, avrebbe dovuto essere maggiore e di lunga durata come chiesto sin dall’inizio.

L’esempio concreto di una politica espansiva di successo come l’ARRA dovrebbe spingere ad un radicale ripensamento della politica fiscale europea e, di conseguenza, a rivedere i vincoli su deficit e debito pubblico che impediscono l’espansione della spesa pubblica.

Una manovra espansiva finanziata in deficit, ben oltre il vincolo del 3% del Pil, avrebbe effetti positivi sull’economia. In Italia, ad esempio, come spiega Riccardo Realfonzo, lasciar crescere il rapporto deficit/Pil oltre il 5,5% libererebbe almeno 35 miliardi di euro e, considerando prudentemente un moltiplicatore pari a 1,3 (il valore medio dell’intervallo calcolato da Blanchard), il Pil potrebbe crescere di ben 3 punti, oltre 45 miliardi. Secondo l’economista, inoltre, entro 9-15 mesi il rapporto deficit/Pil si ridurrebbe comunque grazie all’incremento del denominatore e all’aumento delle entrate fiscali conseguenti.

In conclusione, l’Italia e l’Unione europea dovrebbero seguire l’esempio degli Stati Uniti nell’attuare politiche espansive coraggiose, quindi, ridiscutere i vincoli che ne ostacolano l’adozione.

[1] Per indicazioni bibliografiche si rinvia alla versione completa dell’articolo pubblicata da www.economiaepolitica.it .

 di Angelantonio Viscione, Università del Sannio, www.economiaepolitica.it , 30 aprile 2014