L’abbassamento del costo delle bollette elettriche è uno dei punti del governo Renzi, “l’uomo nuovo per una politica nuova”. Peccato che, per quanto riguarda l’energia e l’elettricità, le promesse siano in alto mare e tutto sappia ancora di vecchio.

E mentre l’associazione di categoria delle utility continua a tuonare contro le rinnovabili e contro il mercato di salvaguardia chiedendone la fine (Chicco Testa) e Clavarino di Assocarboni chiede un maggior contributo del carbone (per ridurre la dipendenza dal gas), i numeri consuntivi (anche se non consolidati) del 2013 confermano una situazione difficile e complessa per i produttori tradizionali. I consumi – di petrolio, metano, carbone ed elettricità – sono scesi considerevolmente.

In campo elettrico significa avere più del doppio delle centrali necessarie o, detta in altro modo, avere quasi metà del parco generativo fermo per tutto l’anno. Nel primo trimestre 2014 si registra un ulteriore calo del 3,7% rispetto al 2013, con la punta massima di domanda che sfiora i 40 mila Mw a fronte di un parco generazione di oltre 120 mila Mw. C’è quindi qualcosa che non va, se vogliamo dare ascolto e favorire le lobby potenti che vogliono tornare indietro per contrastare un modello che trova crescente successo, anche se necessita di adeguamenti che ne mettano a regime le potenzialità. Ormai produciamo già un terzo di elettricità con acqua, sole, vento, geotermia e biomasse, che nel 2012 hanno evitato di emettere 42,6 milioni di tonnellate CO2 equivalenti e abbiamo un mix che è l’obiettivo al 2020 di moltissimi Paesi del mondo: perché non proseguire con ancor più efficacia?

Intanto, il prezzo medio d’acquisto in borsa elettrica è crollato a “livelli europei”: 42 euro al Mwh a metà aprile. Ma il calo non è però arrivato al consumatore finale, anche perché gli sgravi alle imprese che hanno consumi molto elevati di elettricità (un onere nuovo di zecca di 900 milioni di euro) vengono scaricati sulle bollette elettriche di famiglie e piccole-medie imprese. E addirittura fa capolino l’aumento degli oneri di dismissione del vecchio nucleare, scattato ad aprile, contribuendo anch’esso, con altri oneri, a rendere inelastiche le bollette ai cali del mercato.

Insomma, con la diffusione dell’eolico e del fotovoltaico, è il sistema elettrico complessivo che va riconsiderato, evitando banalmente di chiedere che i sussidi siano ritrasferiti alle fonti fossili che, nel sistema che progredisce, vanno in sofferenza. È quindi maturo il tempo per superare le forme di incentivo in atto, ma le regole vanno scritte senza alcun intento punitivo. Cioè, se alle Fer vanno fatti pagare gli sbilanciamenti che causano, vanno rimborsate per gli sbilanciamenti che risolvono. L’ex amministratore delegato di Enel GreenPower, Francesco Starace (designato ora come Ad di Enel), in una recente intervista  ha sottolineato la necessità di superare l’attuale situazione con molto realismo, puntando su investimenti sulle reti e negli accumuli.

Una famosa citazione del passato prediceva che l’energia elettrica prodotta dal nucleare sarebbe diventata così poco costosa da rendere antieconomico installare i contatori. Ebbene, in un certo senso sta accadendo proprio questo, anche se grazie alle rinnovabili e non al nucleare. Le fonti naturali sono infatti sempre meno costose e “il combustibile” è gratuito, cioè esente da quelle oscillazioni di prezzo che da sempre caratterizzano quelle fossili. Pertanto, si configura uno scenario in cui si dovrà pagare il sistema, ovvero la sicurezza del servizio di fornitura di elettricità (e di calore), più che i chilowattora consumati. In questo contesto troverà giustificazione anche la funzione integrativa delle centrali a gas più efficienti, disposte in reti rinnovate e funzionali alla generazione distribuita. Altro che ostacolare le rinnovabili per far ripartire impianti inquinanti in sovrannumero!

Ma in tutto questo marasma, chi governa deve sapere dove vuole andare e il problema di fondo è forse qui. Se il clima ci sta davvero a cuore, dobbiamo solo andare avanti affrontando i problemi, avendo lo sguardo lungo e cercando di uscire dal ricatto del debito che riduce ogni manovra a pura contabilità addolcita dalla propaganda.

Come nel decreto Irpef, quello degli 80 euro per capirci – e non ci permettiamo commenti ironici o sottovalutazioni, perché sappiamo che una tale cifra per chi non arriva a fine mese è importante e le battute sono fuori luogo. Ma se per la sua copertura, tuttora così poco chiara, si finisce con l’andare a tassare, come si è fatto, anche l’energia autoprodotta dalle aziende agricole, non si fanno passi avanti né si danno indicazioni nella giusta direzione. Non ci dispiacerebbe al riguardo un tweet del Presidente del Consiglio.