L’abito che fa il monaco

Da una parte la ristretta cerchia di chi “sa giocare”, dall’altra la massa degli avventori da bisca. A tener distinte le due specie è il loro habitat. La più evoluta frequenta sale da biliardo belle, pulite e luminose, dotate di tavoli dal cui verde manto si sprigiona un piacevole tepore. I giocatori, equipaggiati di tutto punto (immancabile l’astuccio per la stecca), si esibiscono in camicia bianca e gilet scuro, mentre tutt’attorno regna il silenzio; s’avverte nell’aria il rumore dei segnapunti e delle bilie, e poco altro. L’altra specie condivide appena, con la prima, l’armamentario di base. L’ecosistema consiste qui di tavoli imbarcati, tappeti consunti, buche simili a baratri, sponde che non rispondono ad alcuna legge fisica nel disegnare la traiettoria della palla.

L’ingresso alla corte di Francia

Il biliardo, per una scuola di pensiero, avrebbe preso le mosse da un gioco di palla e di mazza praticato nell’antica Cina, che alcuni viaggiatori in quel paese avrebbero introdotto in area medio-orientale; a esportarlo da qui in Europa, al tempo delle Crociate, i cavalieri templari. Ipotesi diverse, e ben più plausibili, ricollegano il gioco alla pallamaglio o ad altri passatempi all’aperto praticati sull’erba: «Alcuni ponticelli delimitavano il percorso che seguiva la bilia colpita con un bastone. Trasferito nel periodo invernale in luoghi chiusi, venne delimitato da assi in legno ricoperto dal panno verde, per richiamare l’idea dell’erba, e si perfezionò via via fino ad arrivare al supporto del tavolo e alla trasformazione del bastone, non più ricurvo ma diritto» (Orlando Giuliano, Biliardo, in AA. VV., Enciclopedia dello sport, Roma 2004, vol. IV, p. 35).

Decretò il definitivo successo del biliardo il suo approdo, nel XIV secolo, in terra francese; si giocava ancora a terra, e così sarebbe stato fino alla seconda metà del ’400. Carlo V il Saggio (1338-1380), con un’ordinanza (24 maggio 1369), l’aveva vietato in tutti i luoghi pubblici, sostituendolo con la balestra e il tiro con l’arco, ma Carlo VI il Folle (1380-1422) gli avrebbe concesso l’ingresso a corte (28 gennaio 1393) durante i festeggiamenti per il matrimonio di una dama della moglie, Isabella di Baviera. Uno fra i ballerini incaricati di mimare i vari giochi «si presentò ornato di una stola in seta verde sulla spalla, ricamata con gli strumenti necessari (palle, archetti e mazze ricurve) e completata dalla scritta “Io sono il biliardo”. Da quel momento il biliardo si diffuse in tutta Europa, trovando spazio sia nei grandi saloni della nobiltà sia nelle locande» (ibid.).

Elisabetta I d’Inghilterra e altre blasonate giocatrici

Le prime testimonianze italiane del biliardo non sono anteriori al XVI secolo. Già ai primi del Cinquecento si giocava però col tavolo rialzato a Mantova, Napoli, Firenze; un tavolo di questo tipo è inventariato (1514) fra i mobili della madre di Enrico IV, re di Francia: la duchessa Charlotte d’Albret.

Nel Settecento viene dedicato al gioco un curioso poemetto di 36 ottave: Il Bigliardo. / All’Eccellentissima, ed Ornatissima Dama / la signora marchese donna Elisabetta / Litta Visconti. / Omaggio del C. B. D. G. (Milano 1588 [ma 1788]). L’autore esordisce presentando gli strumenti di gioco («Veggo schierate in ordine / l’arme in tal guerra usate: / e masse e stecche e candide / palle di neve al par» I, 5-8), continua con la descrizione del campo di gioco («Parallelogrammatico / e verde arringo appare, / che a più colonne affidasi / orizzontale al suol. / Equidistanti ed avide / della lor preda opima / s’aprono sei voragini / ch’or gioja danno, or duol» (IV) e, a metà del tragitto, tesse l’elogio di una nobile giocatrice, Barbara Litta Belgiojoso: «Quando col tondo ed agile / braccio guerreggi e spingi / la giusta e formidabile / massa che tieni in man, / sembri Diana o Pallade /allorché l’asta scuote; / col dardo sei Cupidine / che mai non fere invan» (XVI).

Due secoli avanti, la notte prima della sua decapitazione (7 febbraio 1587), Maria Stuarda aveva giocato al biliardo, per l’ultima volta, con le sue compagne di prigione (il corpo della regina, prima della sepoltura, era stato disteso sul tavolo verde); una passione condivisa da Elisabetta I, che aveva firmato il decreto di condanna: a iniziarla al gioco era stato Robert Dudley, conte di Leicester e suo favorito. Un secolo dopo sarebbe stata Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, a dimostrare quanto fosse abile il suo braccio.