E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dopo la firma del presidente Giorgio Napolitano, il decreto “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”: quello che vara ufficialmente il bonus di 80 euro al mese in busta paga per i lavoratori dipendenti con redditi annui compresi tra 8mila e 24mila euro lordi. Arriverà nella busta paga di maggio. Esclusi, come anticipato dal premier Matteo Renzi, gli incapienti (cioè chi non paga Irpef perché le detrazioni superano il dovuto) e i redditi sopra i 26mila euro. Tra 24 a 26mila euro il bonus decresce fino a zero. L’aliquota Irap per le imprese, poi, scenderà dal 3,9 al 3,75% quest’anno e al 3,5% nel 2015. 

Al 26% la tassa su rendite e conti correnti – Scatta dal primo luglio l’aumento dal 20 al 26% dell’aliquota sulle rendite finanziarie che interesserà anche i dividendi staccati successivamente, le plusvalenze di azioni e fondi e gli interessi su conti correnti e depositi postali, con un’entrata per lo Stato che dovrebbe superare i 700 milioni di euro. “Nessuna nuova tassa o prelievo sui conti, ma il semplice adeguamento previsto dall’annuncio del 12 marzo. Stiamo semplicemente facendo ciò che abbiamo annunciato”, fa sapere Palazzo Chigi reagendo alle polemiche sulla misura. “L’obiettivo è noto: portare nella media europea la tassazione sulla rendita finanziaria e abbassare quella sul lavoro”. Non solo: la misura degli 80 euro “non è finanziata dalle rendite ma dai tagli alla spesa. Non c’è alcun collegamento tra la rendita finanziaria e il bonus degli 80 euro”. L’aumento dal 20 al 26% non tocca comunque i titoli di Stato, come Bot e Btp.

Tagli ai ministeri e Palazzo Chigi – I tagli ai ministeri valgono 240 milioni, con la partecipazione anche della presidenza del Consiglio. I “risparmi” per gli acquisti di beni e servizi arriveranno soprattutto dalla difesa: 75,3 milioni già quest’anno che saliranno a 112,8 milioni nel 2015 Salvaguardate le scuole.

Tassa sulle banche a giugno – L’imposta sulla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia in mano agli istituti di credito, aumentata al 26%, si pagherà a giugno, con il saldo delle tasse sui redditi 2013. La norma è costruita per evitare ricorsi, facendo riferimento al periodo d’imposta in corso nel momento dell’entrata in vigore del decreto.

Il tetto agli stipendi di dirigenti e magistrati – Viene confermato a 240mila euro il tetto per i dirigenti (vale 40 milioni) e i manager pubblici ed anche per i magistrati, che non vengono quindi esclusi come invece poteva sembrare in alcune versioni del testo precedenti. Prevista forbiciata delle società di gestione dei servizi degli enti locali e una riorganizzazione dei centri di acquisto pubblici. Dalla Rai un “contributo” di 150 milioni, con cessione di società o riorganizzazione delle sedi.

Dalla lotta all’evasione 15 miliardi nel 2015 – Il governo punta a incassare 15 miliardi dalla lotta all’evasione nel 2015, 2 miliardi più del previsto. A termine del Cdm le slide del governo ipotizzavano 3 miliardi di incassi.

I pagamenti della pa e le punizioni per chi ritarda – Un intero capitolo del decreto è dedicato ai pagamenti della Pa: vengono stanziati 9,6 miliardi per accelerare l’estinzione dei debiti. Previste norme per i debiti fuori bilancio, anticipazioni di liquidità ai comuni in dissesto per consentire loro di saldare, disposizioni per il rispetto dei tempi nel settore sanitario. I pagamenti dovranno essere effettuati entro 90 giorni quest’anno, 60 dal 2015. La “punizione”, per le amministrazioni che tardano, è il blocco delle assunzioni (anche co.co.co). Arriva il registro fatture per tutte le amministrazioni: obbligatorio da luglio.

Tetto ai contratti di consulenza e collaborazione – Arriva un argine all’uso di consulenti e collaboratori. Nel 2014 le amministrazioni pubbliche – tranne università e sanità – non potranno dare incarichi di consulenza quando il costo supera di un tetto massimo la spesa del proprio personale. Il tetto è al 4,2% per gli enti con spesa fino a 5 milioni di euro e all’1,4% per quelli che superano i 5 milioni. Limite previsto anche per i co.co.co: al 4,5% per le Pa entro 5 milioni di spesa e all’1,1% oltre i 5 milioni.

La pa può pagare il 5% in meno – La pubblica amministrazione dovrà sì pagare per tempo, ma potrà ridurre del 5% gli importi dei contratti per beni e servizi. La controparte potrà rinegoziare e avrà la possibilità di recedere entro 30 giorni senza penali. Le amministrazioni potranno stipulare nuovi contratti usando le convenzioni-quadro della Consip.