È di pochi giorni fa il comunicato stampa della Cassa Depositi e Prestiti, con cui vengono richiamati i principali dati dell’esercizio 2013 in vista della convocazione dell’assemblea di bilancio. Non è l’annuncio dei buoni risultati conseguiti a impressionare. Spicca invece l’inserimento, nella nota, di un paragrafo ad hoc dedicato ai compensi dei vertici. Che, come ci informa la nota stessa, sono stati ridotti in tempi recenti in conseguenza di una serie di provvedimenti adottati dai governi precedenti.

Quella di fare esplicito riferimento alla avvenuta limatura dei compensi, appare una scelta singolare. Peraltro dal sapore tutto politico. Singolare perché in nessuna comunicazione simile di una qualsiasi società per azioni avrebbero potuto trovare spazio divagazioni sul processo che ha portato alla lieve riduzione degli appannaggi di presidente e amministratore delegato.

Ma è soprattutto il tono politico del paragrafo a destare perplessità. Perché, piegando appunto a fini di opportunità politica una comunicazione istituzionale, la Cassa Depositi suggerisce due elementi. Innanzitutto l’idea che Giovanni Gorno Tempini e Franco Bassanini hanno comunque già dato sul fronte caldo del taglio agli esorbitanti stipendi dei manager pubblici. E poi che il senso di responsabilità politico-istituzionale del presidente è tale da rendere plausibile un nuovo adeguamento del compenso “[…] laddove – si legge nella nota – il Governo dovesse stabilire nei prossimi giorni nuovi tetti agli emolumenti dei presidenti delle società partecipate”.

Avrebbe suonato in modo differente l’annuncio dei vertici della Cassa di voler parametrare i propri stipendi a mole e caratteristiche delle attività gestite dalla Cassa Depositi. Qui non sono certo in discussione le competenze, in particolare di Gorno Tempini e la capacità che quest’ultimo, in coppia con Bassanini, ha avuto in questi anni ad imprimere un’accelerazione nel percorso di evoluzione della Cassa Depositi. Si intende discutere sul fatto che per una società in cui l’assunzione di rischio è ancora molto bassa, poco meno di 830mila euro per il suo amministratore delegato e quasi 300mila euro per il suo presidente, appaiono davvero eccessivi.

Ci conforta, in questo senso, il confronto con i trattamenti previsti per i manager di realtà europee omologhe alla nostra Cassa Depositi. Pensiamo al caso del Kredit fuer Wiederaufbau (Kfw), una delle più potenti banche pubbliche del mondo, utilizzata dalla Germania per interventi di politica industriale in ogni campo economico e che sviluppa attività per quasi 500 miliardi. Ebbene, il suo attuale amministratore delegato, Ulrich Schroeder, guadagna poco più di Gorno Tempini, vale a dire circa 1 milioni di euro all’anno. Nel caso, invece, della francese Caisse des depots et consignations, che vanta un attivo pari a 560 miliardi (contro i 314 della nostra Cassa), il suo direttore generale, Odile Renaud-Basso, percepisce poco più di 500mila euro all’anno. 

Tutto questo per dire solo una cosa semplice: se la riduzione delle retribuzioni dei manager vuole essere una cosa seria, si cominci a dimensionarle all’effettivo carico di rischio assunto ed alla complessità del business di cui si ha responsabilità. Così come avviene in ogni società di capitali.

In caso contrario continueremo ad essere di fronte ad una farsa, utile a soddisfare la pancia dell’italiano medio. Oltreché, si intende, ad incrementare, nel breve periodo, il consenso elettorale.

@albcrepaldi