La storia della musica è materia davvero affascinante. Sarà anche uno dei luoghi comuni più abusati ma sempre veri: più impari, meno conosci. È quel che vien da pensare quando si ha tra le mani “Long Playing – Una Storia del Rock Lato A – Anni Sessanta e Dintorni” scritto da un grande cultore della Musica, lo storico cronista del Mucchio Selvaggio, Blue Bottazzi. È una storia concepita come una sceneggiatura, “per l’occhio di una cinepresa, con i suoi zoom, i primi piani, i campi lunghi, i salti e i feedback”. Un film del rock che si dilunga su momenti e vicende di quelli che sono i protagonisti. È scritto in due parti, perché “il rock è una storia lunga” da dover essere divisa in due parti. E come un buon vinile che si rispetti, l’opera si intitola Long Playing e i due volumi Lato A e Lato B. Sul primo volume, o lato A come l’ha battezzato l’autore si narrano le vicende del rock “che già esisteva quando sono arrivato come ascoltatore – racconta Blue Bottazzi – quando ho acquistato il mio primo long playing”. Il secondo volume, il lato B, in uscita per il Natale prossimo, racconterà del rock che ha visto evolvere, crescere, vivere. “Inevitabilmente è il mio periodo preferito, quello che ho vissuto. Dal glam rock al ritorno dei rock’n’roll con Bruce Springsteen, il punk e la new wave che adoro, gli anni Ottanta, ma anche i Novanta di Phish e Dave Matthews Band e i Duemila dei Black Crowes e compagnia”.

Blue Bottazzi ha scritto un libro intitolato “Long Playing” ai tempi dell’mp3 e di Spotify: ovvio che dà già una indicazione su quale formato per la fruizione della musica preferisca. Ha per caso avuto modo di testare il “Pono” di Neil Young?
No, tutto quello che so è che nella sua biografia Young ne ha fatto un tormentone, del Pono e dell’automobile che va a pop corn. Non so, non ne sento il bisogno, per me la musica non è liquida ma ha bisogno di un supporto, che sia un CD oppure un vinile. Con tutto che sono un appassionato di tecnologia, ho un computer Apple dal lontano 1986, ho scritto programmi e libri di informatica. Sono stato un acquirente del primo iPod, nonostante il prezzo non certo popolare. Ho provato ad ascoltare musica digitale per strada (ho delle bellissime cuffiette Marshall, per aiutarmi) e in auto, ma poi alla fine infilo sempre il CD.

Nel libro dice che l’ha scritto più da “cultore” che non da “fan”. Quanto le è costata questa scelta?
Nulla, perché per carattere non sono mai stato un fan di nessuno, né in musica né in altro campo. Ascolto, mi appassiono, ma non mi viene mai meno il giudizio critico. Con chi mi piace sono ancora più critico. Temo che i fan mi detestino per i miei giudizi su Springsteen o su Apple, a cui pure ho dedicato le mie migliori energie di evangelista.

Un’opera del genere molto spesso serve più a chi scrive per fare anche un punto su se stessi e su dove si è arrivati.  Vale anche per lei oppure ha altre motivazioni?
In effetti suppongo che sia da qualche punto di vista anche un po’ autobiografico, una specie di tirare le somme. Da questo punto di vista lo è anche il nuovo libro in uscita, si intitola Perché non lo facciamo per la strada, sottotitolo “Decalogo rock”, che è un diario della mia esperienza del rock a partire dalla mia infanzia, quando infilavo il 45 giri dei Rokes nel mangiadischi. Potrei rispondere che ho scritto questo lavoro, che mi è costato sangue, sudore e lacrime, perché avevo voglia di leggerlo. È una risposta sincera.

Qual è il periodo di questa lunga storia che le sarebbe piaciuto vivere in prima persona?
Ci vorrebbe una macchina del tempo. Ci entri e quando esci vai a vedere i Rolling Stones al Marquee. I Beatles, i Bluesbreakers, Animals, Yardbirds, l’UFO Club. A pensarci mi sento come il protagonista di Midnight In Paris di Woody Allen. Sarebbe grande.

E quale ha vissuto realmente sulla sua pelle?
Passavo le mie vacanze estive a Londra a partire dai 15 anni, nel 1974. Ho vissuto il glam, il punk, la new wave. Certo, quando ci sei dentro non sai ancora quello che saprai dopo. Per esempio, non passeggiavo per King’s Road e non sono stato al SEX. Non è detto che sia stato un male: a volte tendiamo a romanzare un po’ le cose.

Ultima domanda: il miglior disco della storia del rock secondo Blue Bottazzi?
Bella, bella domanda. Il mio disco preferito? A chi mi ha chiesto una canzone, ho risposto Shakin’All Over. Un disco intero? Il più grande, non si può rispondere che Sergent Pepper per essere obiettivi. Il mio preferito? Inglese, John Barleycorn dei Traffic, americano, Rock’n’roll Animal di Lou Reed. Sono la doppia elica del mio Dna, il mio imprinting.