All’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) c’è aria di dimissioni di massa. A quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, la presidente Romilda Rizzo, Antonio Martone e Alessandro Natalini stanno valutando se lasciare i loro incarichi già nelle prossime ore. Il governo Renzi sembra deciso a non rinnovare le loro nomine e il nuovo ministro per la Semplificazione e Pubblica amministrazione, Marianna Madia, non ha neppure trovato il tempo di incontrarli una volta. I tre potrebbero dunque dimettersi, prima di essere rottamati. Ma prima di alzare i tacchi hanno voluto denunciare, ancora una volta, che proprio la politica è uno dei principali nemici dell’anticorruzione italiana. Quella politica che li sta mettendo alla porta dopo aver svuotato l’Autorità di gran parte dei suoi poteri. E che rischia di affidare al nuovo presidente Raffaele Cantone solo un’arma spuntata. Il neopresidente dal canto suo, in un’intervista su Repubblica, ha chiesto alla politica una “Authority più efficace ed incisiva” e un impegno per “allungare la prescrizione, cambiare il falso in bilancio e chiudere la partita dell’autoriciclaggio”.

La commissione dei dimissionari lo ha scritto, l’ultima volta, in un documento inviato lo scorso 9 aprile al neoministro per la Semplificazione: l’anticorruzione in Italia presenta diversi “problemi aperti” e molti dipendono dalle decisioni del potere politico. Tutti i documenti prodotti negli ultimi mesi dall’Autorità parlano delle criticità di una legge Severino farraginosa, ma anche del muro di gomma che amministrazioni e Ministeri hanno spesso alzato di fronte alle sue richieste.

Doveva essere un organismo forte e indipendente, l’Autorità, per fare vera anticorruzione, ma nel corso del 2013 il Parlamento ne ha progressivamente limitato il raggio d’azione. L’Anac, creata nel 2012 dal Governo Monti, avrebbe dovuto caratterizzarsi per “una spiccata indipendenza dall’esecutivo” e invece – si legge nella relazione dell’Autorità del dicembre 2013 – “l’evoluzione legislativa che si è registrata negli ultimi mesi non pare collocarsi nel solco tracciato dal legislatore nel triennio precedente”. 

La politica ha alzato un muro di gomma. “Non ha mostrato, ai vari livelli, particolare determinazione e impegno”, scrive l’Autorità. Ma lungaggini e silenzi sono stati niente di fronte alla guerra aperta. Agli interventi che l’esecutivo Letta ha pianificato e realizzato, più volte, per imbrigliare l’Anac. Nel corso dell’ultimo anno l’Autorità e l’ex Ministro per la Pubblica Amministrazione e Semplificazione, Gianpiero D’Alia (Udc), hanno infatti mantenuto rapporti tesissimi. Il punto di rottura è stato raggiunto su un aspetto importante della nuova normativa anticorruzione, quella che riguarda l’impossibilità per condannati per reati contro la pubblica amministrazione (anche in primo grado) ed ex politici di ricoprire incarichi dirigenziali nelle ammistrazioni pubbliche. Una norma pensata per evitare che i corrotti restino al loro posto anche dopo la condanna e che i politici si riciclino in incarichi dirigenziali.

Sul punto l’Anticorruzione aveva stabilito l’inconferibilità degli incarichi dirigenziali anche per i condannati prescritti e per i dirigenti già in carica al momento dell’entrata in vigore della legge. Ma queste decisioni sono state maldigerite dall’esecutivo Letta e dal suo Ministro D’Alia, che sono corsi ai ripari con appositi decreti e poi attraverso la cosiddetta legge “del Fare”. Hanno stabilito, con l’avallo del parlamento, che “in sede di prima applicazione” la legge non doveva avere effetto sugli incarichi in corso. E, quindi, che i dirigenti condannati potevano restare al proprio posto, in attesa della scadenza naturale del loro contratto, così come i politici riciclati.

Il Governo Letta ha fatto anche di più. Ha esautorato l’Autorità dal compito di esprimersi su questo tema e ne ha passato la competenza direttamente ad un organo politico come il Ministero per la pubblica amministrazione e Semplificazione. Dall’aprile 2013, i condannati e i politici riciclati sono infatti diventati competenza del Ministro e non di un organismo indipendente come l’Anac, al quale è rimasta la possibilità di esprimere nel merito solo un parere obbligatorio. Un parere che peraltro, secondo quanto denunciato dalla stessa Autorità, non viene mai richiesto, mentre le segnalazioni continuano ad accumularsi inevase al Ministero. “L’Autorità non è stata chiamata ad esprimere il parere obbligatorio previsto dalla legge” si legge nella relazione sul 2013 “e, pertanto, allo stato, risultano irrisolti, tra gli altri, rilevanti problemi riguardanti le cause di inconferibilità ascrivibili alla presenza di sentenze di condanna”.

Il precedente Governo ha messo mano persino al controllo di trasparenza sulle società partecipate. Una normativa già problematica su cui il precedente esecutivo è intervenuto, dice l’Autorità, limitando ulteriormente le sue possibilità di vigilanza. E lo ha fatto senza informare nessuno, con una circolare di cui l’Anac dichiara di essere “venuta a conoscenza solo con la pubblicazione sul sito” del Ministero. Il risultato è che l’ente ha dovuto sospendere i suoi interventi, abbandonando l’idea di un controllo di trasparenza sulle partecipate, per evitare che la confusione sulla legge generi una marea di contenziosi di fronte ai Tribunali amministrativi, con tutto il dispendio di tempo e denaro che ne deriva.

Come se tutto ciò non bastasse, nel documento inviato al ministro Madia il 9 aprile, gli attuali vertici hanno pure denunciato che l’Autorità, a due mesi dalle scadenze previste per l’attuazione dei Piani triennali anticorruzione, non è “stata ancora messa in condizione di accedere ai relativi dati per l’esercizio della doverosa attività di vigilanza” da parte del Dipartimento della Funzione Pubblica. Alla fine, tra muri di gomma e contrasti aperti, gli attuali vertici dell’Anticorruzione sono stati messi alla porta dal Ministro D’Alia. Il governo Letta, il ministero e poi il parlamento hanno infatti deciso, con la legge sulla “razionalizzazione delle pubbliche amministrazioni” del 30 ottobre 2013, di mandarli a casa prima della scadenza naturale del loro mandato (che con la legge Monti doveva durare 6 anni).

Di fronte a questo atto d’imperio, che ha fatto parlare l’Anac di situazione “che rischia di minare l’autorevolezza dell’Autorità stessa”, il nuovo governo Renzi non ha però detto una parola. Si è limitato ad applicare la norma, nominando a capo dell’Autorità l’ex magistrato anticamorra Cantone. Con buona pace di chi c’era prima. I tre, Rizzo, Martone e Natalini, se ne vanno lasciando dietro di loro un’eredità difficile. Un grumo di resistenze e conflitti che rischia di ostacolare il lavoro anche del neopresidente Cantone, che poco potrà fare se non saranno ascoltate le sue richieste e se si troverà a gestire un’Autorità anticorruzione depotenziata. Chiusa in un recinto, poco indipendente e con poteri sempre più limitati, esattamente come la politica l’ha voluta.