La realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina oggi “sarebbe in ogni caso impossibile a meno di rifare programmazione di indirizzo politico”, ha detto giovedì ministro delle infrastrutture, Maurizio Lupi durante un question time al Senato. “Per me e mio gruppo è una cosa importante, ma come governo procediamo su altre priorità perché oggi l’attuale governo deve tener conto di una legge del Parlamento precedente che ha eliminato realizzazione e strumento con cui realizzarlo”, ha spiegato.

Eppure il caso non è del tutto chiuso, almeno tecnicamente. Se infatti la società Stretto di Messina non esiste più e le operazioni di liquidazione sono state eseguite nei tempi indicati dal decreto firmato il 15 aprile 2013 dall’ex premier Enrico Letta che diede un anno di tempo al liquidatore Vincenzo Fortunato per chiuderla, restano però i contenziosi e i conti da pagare. E, numeri alla mano, non si tratta di robetta: l’opera, o meglio la sua mancata realizzazione, rischia già oggi di pesare sulle casse pubbliche più di 1 miliardo tra penali, oneri finanziari vari e costi di liquidazione. Quasi un quinto, cioè, dei 4,6 miliardi di costi per il ponte di collegamento fra Calabria e Sicilia che il Cipe stimava nel 2003.

La cifra in questione non è però definitiva. Il consorzio Eurolink guidato da Salini-Impregilo e partecipato dalla spagnola Sacyr (con cui Salini è in affari anche sul Canale di Panama), Condotte d’Acqua della famiglia Bruno, Cmc di Ravenna, la giapponese Ishikawajima-Harima Heavy Industries e Aci scpa, ha infatti domandato alla concessionaria pubblica del ponte, controllata all’80% dall’Anas, 700 milioni di euro di risarcimento danni per la cancellazione del contratto. Ma la richiesta arriverà davanti ai giudici del Tribunale di Roma solo il 26 maggio come ricordava il Corriere l’11 febbraio scorso. In compenso nessuno nel consorzio Eurolink mette in dubbio l’esito positivo del procedimento e l’incasso finale. Prova ne è il fatto che nel piano industriale 2013-2015 Salini-Impregilo aveva già previsto 150 milioni di euro di incasso per la penale scattata con la cancellazione del contratto di appalto per la costruzione del Ponte, il cui progetto è ancora oggi fra i sogni da realizzare del ministro Lupi.

Agli eventuali 700 milioni riconosciuti come penale alle ditte appaltatrici, andranno poi aggiunti 350 milioni di oneri finanziari sopportati dalla Stretto di Messina spa sin dalla sua creazione nel 1981. E poi vanno sommati anche i costi della liquidazione della società guidata a lungo dal numero uno dell’Anas, Pietro Ciucci, nominato commissario straordinario per il Ponte da Silvio Berlusconi nel 2009 e finito un paio di anni fa nel mirino di un gruppo di senatori (Lega e Pdl esclusi) per aver impegnato finanziariamente Stretto di Messina spa oltre il mandato confidatogli con “possibili effetti devastanti sui saldi di finanza pubblica”. Insomma un cantiere davvero salato per le casse pubbliche. Ma certamente vantaggioso per quelle dei privati.