Orfani orgogliosi e al contempo riconoscenti, i figli del boom letterario scatenato da Marquez e dagli altri padri fondatori, ne raccolgono l’eredità cercando di non restarne travolti. Uscire dall’immane ombra gettata da Gabo è esercizio difficile: ci riesce con leggerezza e affetto Luis Sepúlveda che ne parla come di un caposcuola “il precursore di un movimento che dura tutt’ora. L’avanguardia della nostra letteratura rappresentata aveva una libertà di scrittura unita a una cultura mostruosa. Ne sono un ammiratore e la massima espressione di rispetto è quella di ricordarlo per quello che è stato e ha rappresentato come esponente e trascinatore dell’orgoglio culturale latinoamericano”.

Per l’altro messicano di adozione, Paco Ignacio Taibo II, “una generazione sta finendo. Gabo è il creatore di un’immaginazione che ha influenzato il mondo, anche se io sento poca vicinanza al ‘realismo magico’ di cui lui è stato definito il maestro. Quello che più conta è il peso che ha avuto nel creare una cultura letteraria che in Europa, e soprattutto qui da voi in Italia, ha avuto e continua ad avere un successo enorme. Vivendo a Città del Messico e impegnandomi politicamente come è naturale che sia per un intellettuale – e come ha fatto anche Gabo – è più facile rendersi conto del proprio ruolo, politico e letterario, che è anche un modo per contrastare la cultura chatarra (spazzatura, ndr) che viene dal Nord America”.