Nelle scorse ore un nuovo drammatico episodio di suicidio di una adolescente sulle cui cause stanno indagando investigatori e magistrati ha scatenato, ancora una volta, la corsa della politica a gridare all’esigenza di nuove leggi contro il c.d. cyberbullismo.

Questa volta è toccato alla senatrice Elena Ferrara (Pd), firmataria di un disegno di legge già depositato in Senato, assumere la leadership del partito degli aspiranti regolatori nazionali delle dinamiche di circolazione dei contenuti digitali – leciti ed illeciti – attraverso lo spazio pubblico telematico.

Un’iniziativa – come quelle che l’hanno preceduta – emotivamente coinvolgente e, forse, persino, condivisibile ma politicamente sbagliata, inutile e preoccupante.

Un “bollino di qualità” per le piattaforme telematiche che si impegnano a combattere il cyberbullismo ed un procedimento sommario dinanzi all’Autorità Garante per il trattamento dei dati personali attraverso il quale ottenere un ordine di rimozione o di blocco di qualsiasi contenuto ritenuto “inappropriato” – anche al di fuori delle ipotesi di violazione del Codice Privacy – in sole 48 ore.

Ma non solo perché il disegno di Legge Ferrara prevede anche che il Presidente del Consiglio dei ministri istituisca un “tavolo tecnico per la prevenzione ed il contrasto del cyberbullismo” che dovrebbe incaricarsi di redigere un “piano di azione integrato per il contrasto e la prevenzione del cyberbulismo” destinato poi ad integrarsi con un “codice di autoregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo rivolto agli operatori che forniscono servizi di social networking e agli altri operatori di rete”.

Una zibaldone di nuovi tavoli, comitati, decreti, piani d’azione e curiosi codici di autoregolamentazione il cui contenuto è dettato per legge e per decreto e che si rivolgono ai soggetti che – in un ordinario processo di autoregolamentazione – dovrebbero esserne gli autori ed i firmatari.

Siamo purtroppo alle solite.

Una proposta di legge inutile, inopportuna, scritta con una penna carica di evidenti buoni propositi e tanta emotività.

Guai a negare che nel disegno di legge della senatrice Ferrara ci siano alcuni spunti di riflessione “illuminati” rispetto alla media delle iniziative legislative che l’hanno preceduto.

C’è, ad esempio, l’idea che occorra investire nell’educazione degli adolescenti nell’uso consapevole dei socialnetwork e che occorra ripartire dalla scuola ma è davvero troppo poco per salvare l’iniziativa dal giudizio severo che merita perché basata sull’idea che internet sia una televisione o, a tutto voler concedere, uno stagno privato in relazione al quale basta una leggina di un minuscolo Stato come il nostro per arginare un fenomeno che ha dimensioni globali e che risponde a logiche e dinamiche naturalmente extranazionali.

Questo, naturalmente, non significa che i nostri regolatori – si tratti del Parlamento o del Governo – debbano dichiararsi sconfitti, sventolare una bandiera bianca ed abdicare al loro diritto-dovere di garantire il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino ma, più semplicemente, che debbano perseguire questo obiettivo nel rispetto e nella consapevolezza delle dinamiche di circolazione dei contenuti nello spazio pubblico telematico e, soprattutto, del carattere sovranazionale di Internet e dei fenomeni che lo riguardano.

Nel caso del cyberbullismo, ad esempio, vi sono due importanti iniziative di autoregolamentazione in corso in ambito europeo ed alle quali hanno già aderito la più parte dei gestori delle grandi piattaforme di socialnetwork e user generatet content da Google a Facebook, passando per Microsoft ed Apple e tutti gli altri big dell’internet caro ai più giovani.

Entrambe le iniziative, in uno stato avanzato di attuazione, prevedono un impegno dei gestori delle piattaforme per la tutela dei minori tra l’altro anche in relazione ad atti di c.d. cyberbullismo attraverso l’adozione di meccanismi di segnalazione semplice ed immediata di contenuti inopportuni e di raccordo tra gli utenti – giovano o meno giovani che siano – le associazioni di riferimento per la difesa dei minori e le competenti Autorità nazionali.

Semplici e robusti strumenti di segnalazione degli abusi, appropriata configurazione della privacy policy per i minori, largo uso di strumenti di classificazione dei contenuti e di parental control nonché misure effettive di rimozione dei contenuti sono, ad esempio, i pilastri sui quali è costruita l’autoregolamentazione europea della Ceo Coalition, significativamente intitolata “Better Internet for Kids”, un’iniziativa che ha, ormai, oltre due anni di vita.

E analoghi sono i sei principi alla base dell’analoga iniziativa di autoregolamentazione promossa dalla ICT Coalition alla quale, egualmente, partecipano tutti i più grandi player del broadcasting e dell’internet mondiale dalla BBC, a Facebook, passando per Telecom, Vodafone, Orange e TMobile, sino ad arrivare a Google, Nokia e tanti altri giganti del web, delle telecomunicazioni e dell’elettronica di consumo.

E’ questo che, forse, sarebbe necessario fare: avviare capitoli italiani di autoregolamentazione – o, eventualmente, di co-regolamentazione – di queste iniziative europee ed internazionali già attive ed avanti nella fase di implementazione.

Forse farebbe meno notizia e, forse, si tratterebbe di azioni di più lungo periodo, come tali, incapaci di rappresentare “risposte” politiche e mediatiche dotate di un appeal pari a quello di chi annuncia la presentazione di un disegno di legge sebbene nella consapevolezza che difficilmente vedrà la luce.

Iniziative di questo genere, però, forse, sarebbero davvero in grado di garantire a tutti che Internet sia utilizzato nel modo migliore possibile che, ovviamente, non significherà mai in modo esclusivamente lecito come, d’altra parte, è, sin qui, accaduto per la televisione, le radio, i giornali, il telefono, le macchine, il fuoco ed ogni altro mezzo o elemento naturale o creato dall’ingegno degli uomini.

Di ciberbullismo, hatespeech, regolamentazione ed autoregolamentazione parleremo a Perugia, nel corso del prossimo Festival Internazionale del Giornalismo con Antonello Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la Privacy, Antonio Nicita, Commissario AGCOM, Laura Bononcini, Responsabile delle relazioni Istituzionali di Facebook in Italia, Stefano Quintarelli, esperto di Rete e Deputato di Scelta Civica e Peter Gomez, Direttore de Il Fatto Quotidiano online.