All’estero funziona, in Italia qualcosa si muove ma siamo ancora molto indietro. L’idea di rimettere le squadre di calcio nelle mani dei tifosi resta ancora un’utopia. Per realizzarla, c’è chi sta pensando di usare la “forza”. Beninteso, quella normativa. Alla Camera lo scorso mese è stata depositata una proposta di legge (patrocinata dall’associazione “Salviamo il calcio”) che punta a “togliere un padrone alle società sportive” e restituirle alle tifoserie.

I primi firmatari sono Angelo Attaguile e Giancarlo Giorgetti della Lega Nord, il documento è sottoscritto da 40 deputati in totale. Tanti leghisti, ma anche politici di altri partiti, con diversi esponenti di Forza Italia, Pd (e non mancano Movimento 5 Stelle o Sel).

I punti fondamentali del ddl sono essenzialmente due. L’articolo 1 propone di modificare la legge 91/1981 (che regolamenta le società sportiva) e stabilire un tetto del 30% al numero di quote o azioni che uno stesso soggetto può detenere in una società (che si tratti di spa o di responsabilità limitata). Niente giochetti o accordi sottobanco: in deroga alla normativa vigente, vietato anche ogni patto parasociale che determini direttamente o indirettamente il controllo della società.

La seconda novità, invece, è l’istituzione di istituire un organo consultivo, formato da un minimo di 100 ad un massimo di 1000 persone elette ogni anno dai tifosi abbonati; tutte le decisioni principali, tra cui i vari bilanci di esercizio, devono passare obbligatoriamente dal parere di quest’assemblea (che comunque non sarebbe vincolante). Approvata la legge le società sportive professionistiche avrebbero sei mesi per mettersi in regola, pena il commissariamento e l’adeguamento “forzato” in tre mesi.

Ora. È evidente che una simile legge, se approvata dal parlamento, rappresenterebbe un vero e proprio terremoto per il mondo dello sport, ed in particolare del calcio italiano: addio presidenti miliardari (ovvero praticamente tutte le proprietà, in grande o in piccolo, di Serie A e Serie B). Anche per questo è altamente improbabile che ciò accada. Ma un paio di domande si pongono ugualmente.

È giusto chiedere più trasparenza nella gestione dei bilanci? Responsabilizzare i tifosi, che oggi per lo più vengono criminalizzati o allontanati dagli stadi, facendoli all’opposto entrare nelle stanze della società? Assolutamente sì. All’estero è già così: al Barcellona i soci hanno appena costretto alle dimissioni un presidente per le sue manovre finanziarie poco limpide. In Inghilterra e Germania tante tifoserie si sono organizzate per non essere più solo spettatrici del destino della propria squadra.

E un intervento normativo per favorire l’impegno diretto dei tifosi (quelli che meritano questo nome) è sicuramente auspicabile. Ma pretendere che dall’oggi al domani scompaiano i presidenti milionari è altra cosa. I Moratti a Milano sponda Inter, gli Agnelli a Torino, lo stesso Silvio Berlusconi al Milan hanno fatto la storia del calcio italiano. E la storia non si cancella. Piuttosto si impara, si migliora.

Così concepito il ddl anti-presidenti è illogico, irrealizzabile. In fondo solo un’occasione persa di aprire un dibattito serio sulla questione. Tipico dell’Italia, dove un eccesso tira l’altro.

@lVendemiale