Non è un caso che il più grande neuropsichiatra infantile, Giovanni Bollea, scomparso a 97 anni nel 2011, amasse gli alberi al punto da creare una fondazione (Al.Vi, Alberi per la vita) per preservarli e invitasse i sindaci dei comuni a piantarne uno per ogni nuovo nato. Oltre qualsiasi teoria, ieri ho capito il perché sul campo. O meglio, sull’albero.

Vivere a Hong Kong significa anche potersi immergere nella natura ogni giorno, nel giro di pochi minuti di metropolitana, di minibus o di taxi. Ci sono luoghi meravigliosi e nascosti, piccole spiagge da raggiungere a piedi, facendosi strada tra foglie gigantesche e foreste di bambù, in cui tutto sembra fermo nel tempo, anche grazie a una delle legislazioni più rigide al mondo nella protezione delle aree verdi (Hong Kong ha ben 440 chilometri quadrati di parchi naturali).

Arrivati in un’insenatura della baia di Sai Kung, nei Nuovi Territori, ci siamo lasciati conquistare dalla sindrome del naufrago felice. Borsa del pic nic, cappellini e protezione solare, ci siamo accampati sotto un albero i cui giganteschi rami nodosi serpeggiavano pochi centimetri sopra le nostre teste. Un albero a prima vista sconosciuto, ma che si è rivelato una monumentale mimosa, le piccole palline gialle pelose che pendevano a grappoli tra le foglie sottili.

La spiaggia era puntellata di conchiglie bianche pietrificate, l’acqua verde si rompeva tra le piccole rocce a pochi metri dalla riva e i bambini, all’inizio, si sono lanciati nelle attività conosciute: secchiello e paletta, un castello e mezzo vulcano. Ma è bastato un amichetto più avventuroso e nel giro di mezz’ora sono spariti. Spariti dalla sabbia: erano a cavallo dei rami della mimosa. E come il Barone Rampante di Italo Calvino (uno degli autori italiani più tradotti in cinese, ho recentemente scoperto), non avevano più intenzione di scendere. Quattro ore sugli alberi, passando da un ramo all’altro, senza mai cadere, con una pausa per la pipì dietro al tronco e due merende di corsa per ritornare lassù, nel loro rifugio incantato.

“Mamma, voglio urlare”, ha dichiarato a un certo punto il primo, cinque anni, appeso come una scimmia al ramo più grande prima di lanciarsi sulla sabbia mezzo metro sotto di lui. “Perché?”. “Perché sono felice“, è stata la risposta. La seconda, tre anni, si arrampicava come un gatto tra le rocce per saltare sui rami in un vestitino per niente adatto all’impresa, riuscendo con mia continua sorpresa (e qualche capello bianco) a non inciampare mai e a raccogliere la gonna tra le mani quando era necessario.

Per loro è stata una rivelazione, per me è stata una domenica di lavoro: un lavoro sul mio essere spesso una madre ansiosa,  a volte troppo protettiva. Sul mio senso di catastrofe imminente che li vedeva spiaccicati al suolo, benché sabbioso, ogni tre minuti. Ma Nicole, mamma australiana con abbastanza spirito avventuroso da viaggiare sempre con la tenda da campeggio nel bagagliaio (“che non si sa mai”), mi ha fatto notare come loro fossero più attenti e sicuri senza il mio fiato sul collo. Di come ogni volta pronunciassi la frase mantra: “State attenti”, interrompessi la loro piccola ma intensa concentrazione rischiando di farli, allora sì, capitombolare.

La felicità, l’energia che sprigionavano questi cuccioli d’uomo lasciati liberi di sperimentare le proprie capacità è qualcosa che non avevo mai visto prima. La sera, messi a mollo in una vasca di acqua calda, i due fratelli si mostravano le ferite, i graffi superficiali che si erano procurati aggrappati alla corteccia, come fossero pietre preziose. Dopo il bagno si sono disinfettati da soli, a vicenda, senza mai lamentarsi. Gli stessi due capaci di piangere per una puntura di zanzara o per essersi morsi la lingua, si erano improvvisamente trasformati in giovani esploratori senza paura.

In tutto questo, io non ho fatto nulla. Se non cercare di non fare nulla. E’ stato il grande albero, a fare tutto. E lo andremo a ritrovare presto, perché abbiamo scoperto che Bollea aveva ragione: l’albero è davvero il migliore amico di un bambino.