Antonio fa il preside, e non sa più dove sbattere la testa. Vede ogni anno i ragazzi arrivare e uscire dal suo liceo scientifico, con la differenza che quelli di prima superiore fanno ciò che una volta facevano in quinta: fumano, bevono, rollano canne, si esibiscono in prodezze sessuali e poi franano nell’incertezza, a volte nella depressione. Antonio vede e non sa che fare, perché i ragazzi non credono alla sua preoccupazione, e i genitori guardano per terra quando lui tenta di scuoterli.

Gentile redazione, 
io ho una domanda da fare a voi perché non so più a chi farla: cos’altro deve succedere per capire tutti quanti che l’adolescenza è diventata un’emergenza sociale? A Roma un ragazzo svizzero è stato accoltellato in gita, ed è morto. Un altro, di Catania, s’è buttato giù dal parapetto di una nave ferma in porto a Barcellona: uno scherzo, un bicchiere di birra di troppo, ormai si muore così. 

E non sono eccezioni, stranezze. Oggi è normale per i miei studenti vomitare in classe perché hanno fatto baldoria di notte: sigarette, canne, alcol. Le ragazzine parlano di sesso come di caramelle: ho fatto quello, proverei quall’altro, l’importante è non restare fregata e poi comunque abortisco e i miei sono d’accordo, sai quanto me ne frega.

Gli insegnanti sono stremati. Insistono con le funzioni di terzo grado e Omero, Cartesio e Leopardi. Arrivano anche a Pollock e Pasolini, s’industriano nell’aula di informatica e portano i ragazzi alla giornata contro le mafie, per l’ambiente pulito e i diritti delle donne in Pakistan. Cosa resta nei cuori? Poco e niente. Sui cellulari gli argomenti sono comunque la festa di sabato, la dose per lo sballo, le corna di Tizio con Tizia. Argomenti che una volta si tenevano a bada all’ultimo anno, e che adesso spuntano già tra i ragazzetti più piccoli: quando ci parlo, dopo la prima ramanzina dei prof, mi guardano senza paura, né interesse. Perfino i genitori, convocati, minimizzano. Semmai guardano per terra, controllano l’ora sul telefonino, promettono di impegnarsi e in realtà spariscono. Non li vedo fino alla convocazione successiva, fino alla maturità che butta fuori un altro ragazzo incerto, confuso, depresso, per lasciare il posto a qualcuno probabilmente più fragile di lui.

Sono stanco, sicuramente avrò sbagliato molte cose, non so come aiutare i ragazzi.
Antonio