Giannini si dichiara “stupita”. A lei non è stato “comunicato nulla di specifico” (e questo la dice lunga sui rapporti tra i membri del governo). Ma ancora più stupiti restiamo noi davanti alle affermazioni di Delrio, che afferma che la revisione di spesa non lascerà indenni nemmeno scuola e sanità: “Non vogliamo tagliare servizi, ma togliere incrostazioni”, ha affermato a SkyTg24. “Nessuno è escluso. Ma nessuno avrà un diritto in meno, un servizio in meno: avrà invece una scuola più bella, un ospedale più efficiente”.

C’è da tremare. Perché l’insistenza sulla pur estremamente fondamentale questione della sicurezza degli edifici scolastici lascia aperti – anzi apertissimi – margini di manovra pressoché infiniti ad un governo che evidentemente sta giocando il tutto per tutto per rastrellare fondi, pur di mantenere la promessa elettorale degli 80 euro in busta paga per alcuni lavoratori. “Vogliamo combattere i privilegi. Spostiamo i tagli alla spesa sugli investimenti per il funzionamento della macchina statale, con una spending review che varrà 32 miliardi”. Mi sforzo davvero di individuare quali possano essere i privilegi e le incrostazioni che si annidano nella scuola. Forse Delrio dovrebbe chiederlo ai precari che ieri hanno scioperato: precari esistenzialmente e professionalmente, non stabilizzabili in alcun modo (come ha affermato Giannini), nonostante lo Stato abbia per anni fatto andare avanti la scuola attraverso il loro lavoro.

Non siamo ancora emersi dalla politica di “razionalizzazione e semplificazione” (termini peraltro riproposti da Delrio) dell’art. 64 della legge 133/08 (la sedicente riforma Gelmini), la “cura da cavallo” – come ebbe a definirla l’immeritevole ministro – che è costata 145 mila posti di lavoro, tagli e accorpamento delle classi di concorso, aumento del numero di alunni per classe, distruzione del modello didattico-pedagogico del tempo pieno e del tempo prolungato, diminuzione delle ore di scuola e dei saperi (dunque di diritto allo studio e all’apprendimento per gli studenti), indebolimento socialmente determinato del segmento più debole della scuola superiore, l’istruzione professionale, sconfessando qualsiasi principio costituzionale, ugualitario ed inclusivo; taglio del sostegno e ancor di più degli insegnanti tecnico pratici. Alla mattanza del trio Gelmini-Brunetta-Tremonti è seguita, con programmatica consapevolezza, la continuazione del “lavoro sporco” che i tre avevano trionfalmente inaugurato e portato avanti, con una serie di provvedimenti dei governi a seguire, tra cui spicca la legge 111/11 sul dimensionamento, che ha creato istituti-mostro con non meno di 1000 alunni, nelle condizioni che si è detto, con personale Ata insufficiente, reggenze multiple di dirigenti scolastici spesso inadeguati alle proprie funzioni, peraltro non facili. Molto altro ancora: insieme alla Lituania, siamo l’unico Paese europeo che ha disinvestito sulla scuola dal 2008, anno dell’inizio della crisi.

Inoltre il nostro contratto: i salari dei docenti sono fermi dal biennio economico 2008/09. Nel 2010 anni sono stati azzerati anche gli scatti stipendiali, con l’ignobile manfrina che ne è seguita quest’anno. Si ventila che il blocco contrattuale durerà ancora a lungo, con un potere d’acquisto sempre inferiore. Incombe ancora sulla scuola il problema degli inidonei e di Quota 96.

La scuola non è luogo di privilegio. La scuola pubblica italiana è per molti versi il privilegio di questo Paese: resiste, producendo in gran parte cultura e cittadinanza critica e consapevole, nonostante i tentativi di distruggerla. Non dobbiamo permettere l’ennesima incursione di una visione ragionieristica e neoliberista, finalizzata a sottrarre educazione ed emancipazione per aggiungere piccoli “più” sul bilancio.