Sono passati almeno 25 anni. Come tanti altri della mia generazione, giravo l’Europa con l’interrail. Scopro con entusiasmo che ancora esiste.

Avevo comprato delle guide scadenti. C’erano tantissime inesattezze. Ma la prima cosa che lessi, appena arrivato in Danimarca, mi sembrò inconfutabile. Quello danese era definito “il popolo più felice d’Europa”. Ciò che scoprii poco dopo, ovvero che fossero uno dei Paesi con il più alto tasso di suicidi, non scalfì minimamente la convinzione di trovarmi di fronte a un semplice dato di fatto.

Mi sono chiesto per anni come si potesse misurare “il tasso di felicità”. Allo stesso modo: come si misura l’infelicità? Perché – secondo uno studio di qualche anno fa dell’Università di Cambridge – l’Italia, invece, è il Paese con il più alto tasso di gente triste. Se si pensa che i parametri presi in considerazione sono prevalentemente tre (fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire), la cosa non sorprende minimamente.

Fiducia.

Speranza.

Futuro

Avrete notato che non c’è Pil. O tagli. O risparmi.

Non passa giorno in cui non riceva una mail di richiesta di aiuto. O meglio: mi si chiede di parlare o scrivere di casi di malasanità, di cattiva gestione, di piccolo o grande malaffare nella pubblica amministrazione, nel privato. Ma la maggior parte delle richieste è legata alla mancanza di assistenza medica per persone con problemi di salute.

L’ultima di cui sono venuto a conoscenza, solo in ordine cronologico, è la richiesta inviata al Presidente della Regione Lazio Zingaretti da parte di un’associazione che si chiama Irene e si occupa di assistenza domiciliare per i malati di tumore cerebrale. Per 12 anni è stata gestita dal reparto di neuro-oncologia dell’istituto Regina Elena di Roma. Ora non più. Il motivo della sospensione di questo tipo di servizio (che si occupa di persone con malattie incurabili e degenerative) è sempre lo stesso: tagli e risparmi. Secondo la responsabile di questa onlus non sarebbe neanche la ragione vera, dato che il tipo di assistenza garantita adesso costerebbe addirittura di più.

A me, sinceramente, non interessa.

Visto che sono i famigliari delle persone coinvolte a chiedere aiuto e visibilità, vuol dire che queste persone erano in gamba e alleggerivano la vita a donne e uomini in così grande difficoltà.

Non so come si misura la felicità di un popolo. Ma l’infelicità, sicuramente, sta nel sapere che se sarai così sfortunato da avere un parente o un amico malato, te la dovrai sbrigare da solo. E un popolo felice non risparmia sulla solidarietà.