La cosa da tenere presente è che Icann, società statunitense sconosciuta ai più, ha in mano il futuro del settore vinicolo italiano e sembra intenzionata a distruggerlo. Per capire come potremmo perdere miliardi di euro di export serve un po’ di attenzione, cioè quella capacità che finora il governo italiano – e per la precisione il ministero dello Sviluppo economico – non ha esercitato in questa materia. L’Icann all’ingrosso si occupa di gestire e/o vendere i domini internet di primo e secondo livello (.gov, ad esempio, o .it), più alcuni di tipo – per così dire – commerciale (.ventures, .bike).

La liberalizzazione di questo tipo di domini è un processo importante quanto pericoloso: l’Icann, per dire, adesso si è messa in testa di vendere i domini .wine e .vin al miglior offerente, senza alcuna tutela delle indicazioni geografiche e relativi marchi. In sostanza, chiunque potrebbe acquistare il dominio “chianti.wine” o “champagne. vin“, anche se non ha nulla a che fare col Chianti e la Champagne e persino con l’Italia o la Francia: qualcuno – dal Nebraska o da Pechino, ad esempio – attraverso quel sito potrebbe vendere uno di quei kit per farsi un bel Chianti in casa.

La decisione formale non è stata ancora presa: dal verbale dell’ultima riunione – svoltasi a Singapore il 27 marzo – risulta che il tema è stato rinviato, ma il portale specializzato “Domain Name Wire” ha scritto che la commissione dell’Icann che si occupa della materia ha già dato il via libera alla “vendita senza restrizioni“dei domini .wine e .vin, ma il Gac (il comitato consultivo dei governi) ha bloccato la pratica grazie a un errore procedurale nel processo decisionale. Gli esperti, insomma, ritengono che il 27 aprile a San Paolo, quando l’Icann tornerà a riunirsi, la decisione – sponsorizzata dagli Stati Uniti e avversata dall’Europa – verrà presa ufficialmente. 

“Anche a noi risulta che l’Icann abbia in sostanza già deciso”, dice Filippo Gallinella, deputato del M5S e unico parlamentare ad occuparsi della questione: “Evidentemente le ragioni commerciali statunitensi sono state più forti di qualsiasi buon senso. Eppure una nostra mozione impegnava il governo ad agire e il 17 marzo avevamo chiesto a Renzi di unire le forze con la Germania e di far sentire la nostra voce a Singapore. Forse non è stata recepita l’importanza della questione”. Non è sorpreso, comunque, Gallinella: “È da settembre che chiedo che il ministero dello Sviluppo, delegato al Gac, il comitato consultivo, venga a parlarci di questa vicenda in Parlamento. Ho chiesto di sentire il dottor Amendola, che è o era il titolare del fascicolo: mi hanno detto che non lo trovavano. Mi ero preoccupato”.

Pochi giorni fa, sollecitato sempre dal deputato 5 Stelle, il neo ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha ammesso alla Camera che si tratta di un problema assai rilevante, ma non è chiaro se se ne stia occupando qualcuno visto che il titolare della pratica, cioè lo Sviluppo economico, sull’Icann non ha ancora detto nulla.

Questa battaglia, giova chiarirlo, coinvolge interessi enormi per l’Italia. Economici, in primo luogo: l’export di vino, a cui vengono destinati più dei due terzi della produzione nazionale, nel 2013 ha fruttato al nostro Paese oltre cinque miliardi di euro e quest’anno le previsioni sono dello stesso ordine di grandezza. Le associazioni dei produttori di ogni ordine e grado prevedono danni “per miliardi di euro” se i domini .wine e .vin verranno venduti al miglior offerente senza alcuna restrizione. Così fosse, peraltro, verrebbe messa in discussione anche la direzione in cui i produttori europei si sono orientati in questi anni: meno quantità, ma aumento di valore della produzione.

Se il commercio elettronico – un gran pezzo del presente e molto del futuro del settore – non proteggerà più i marchi di qualità molti produttori italiani e francesi potrebbero non sopravvivere e questo finirebbe per cambiare persino il paesaggio a cui siamo abituati. Il Parlamento europeo, pochi giorni fa, ha inviato una lettera all’Icann proprio per chiedergli di soprassedere e confrontarsi con gli interessi europei. “La battaglia non è finita. Chiediamo con forza al governo di intervenire in tutte le sedi, europee e internazionali, per fare marcia indietro sulla questione”, insiste Gallinella. Sempre che ritrovino il delegato del ministero.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 2 aprile 2014