In vista delle elezioni di sabato 5 aprile lo staff di donne afghane di Fondazione Pangea ha intervistato 100 donne di Kabul che partecipano al progetto di microcredito “Jamila” per capire come stavano vivendo questo periodo, se sarebbero andate a votare e con sentimento e quali aspettative avevano per il loro futuro e per quello del loro Paese.

Questa piccola ricerca non ha certo la pretesa di dare dati statistici assoluti, né di essere lo specchio di quanto accade in tutto il paese Afghanistan. Per noi di Pangea, impegnati dal 2003 e su più fronti nel dare un aiuto concreto alle donne e alla ricostruzione, era tuttavia importante verificare concretamente se il nostro lavoro di informazione, di sensibilizzazione ai diritti e all’empowerment delle donne avesse in qualche misura contribuito a far accrescere la loro volontà di partecipazione anche al processo elettorale.

La nostra indagine si sviluppa attraverso 22 domande rivolte a donne tra i 18 e i 50 anni e che fanno parte del nostro progetto da almeno due o tre anni. Il 92% sono sposate e tutte vivono a Kabul.

Abbiamo chiesto se e come erano venute a conoscenza delle elezioni presidenziali, se conoscevano i programmi dei candidati e sulla base di quali valutazioni esprimeranno la loro preferenza; se avranno la volontà e la possibilità di esprimere il proprio voto liberamente; quali sono le prime cose che dal loro punto di vista dovrebbe realizzare il neopresidente e infine un giudizio sul futuro dell’Afghanistan.

Tutte le intervistate (il 98%) si sono rivelate informate riguardo alle elezioni – ma ricordiamo che siamo parlando di cittadine di Kabul -, e con una forte consapevolezza dell’importanza dell’andare a votare. Infatti il 90% lo farà, mentre solo un 2% è incerta perché ha paura per la propria sicurezza.

72 su 100 sono già in possesso della carta elettorale e ciò dimostra una notevole sensibilità su ciò che accadrà sabato 5 aprile nel paese e una decisa volontà di portare un cambiamento sociale attraverso il  voto.

In questo scenario, i mass media giocano un ruolo cruciale: 83 intervistate su 100 sono venute a conoscenza e traggono informazioni sulle elezioni e sui candidati dalla televisione e dalla radio, un altro importante segnale di cambiamento della società afghana, proprio a partire dalle donne, perché dimostra il desiderio di proiettarsi in un dialogo nazionale che passa dai media e che collega al resto del mondo. Ciò in qualche modo è all’antitesi del periodo oscurantista talebano in cui vigeva un isolamento culturale e mediatico estremo, almeno per quel che riguarda la situazione nella capitale. Altro invece è il discorso per le aree rurali, isolate non solo dal punto di vista logistico.

Conoscono i candidati 91 donne su 100 e nessuna voterà in base dell’appartenenza etnica. 75 di loro affermano infatti che voteranno sulla base dei programmi. La possibilità che i familiari, gli uomini nello specifico, possano influenzare il loro voto, pare non riguardate 73 intervistate, che dichiarano non solo di non subire tale pressione e che andranno a votare liberamente, ma che comunque sceglierebbero di testa loro, indipendentemente dal volere di mariti, padri o fratelli. Una dozzina di donne, invece, seguirà le indicazioni familiari. E questa è per Pangea un importante segnale. E’ la testimonianza dell’efficacia del nostro lavoro nel favorire una maggiore fiducia in se stesse e consapevolezza nelle donne.

Ma alla fine, queste elezioni cambieranno qualcosa? Secondo il 94% delle intervistate sì. E tanta è la fiducia e l’ottimismo per il futuro dell’Afghanistan. È evidente che vi è una forte voglia di cambiamento forse dovuta al fatto che ormai dopo anni la popolazione stessa, a partire dalle donne, ha voglia di riscrivere la propria storia in pace.

La risposta all’ultima domanda che abbiamo fatto – “Quali sono i problemi più urgenti da affrontare per il Paese?” – ci racconta molto della vita quotidiana delle persone: in 60 donne hanno detto la disoccupazione, in 46 la sicurezza, in 15 la condizione femminile, in 7 la corruzione, in 7 la sicurezza alimentare, in 4 l’educazione e una donna il ritiro delle truppe Isaf.

Ognuno tragga da sé le proprie conclusioni. Il Progetto Jamila di Fondazione Pangea risponde alla prima priorità, risolvere la disoccupazione: grazie al microcredito, infatti si crea lavoro, ma per fortuna non partecipiamo alle elezioni in Afghanistan!

Scritto in collaborazione con Barbara Gallo, attivista di Pangea è appassionata di Afghanistan