“Il Venezuela ha bisogno di pace e di dialogo per andare avanti. E noi diamo il benvenuto a tutti coloro che vogliono sinceramente aiutarci a raggiungere questi obiettivi”. Con questo molto conciliante capoverso si chiude l’op-ed (editoriale d’opinione) che il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moro, ha pubblicato ieri sul New York Times. Parole sante, verrebbe da dire. Sante al punto che, nel nome della pace e del dialogo che Maduro con tanta mansuetudine invoca, ben si potrebbe sorvolare sulle numerose inesattezze e sulle molte ipocrisie che, seguendo le linea della propaganda oficialista, l’erede del comandante eterno Hugo Chávez generosamente offre ai suoi lettori di lingua inglese. 

Si potrebbe e, in qualche misura, si vorrebbe sorvolare. Ma in realtà non si può. Perché, proprio mentre Maduro dava alle stampe il suo molto ponderatamente ipocrita editoriale per il Times (nel quale, tra l’altro, con toni molto turbati denunciava come “l’unica meta di chi protesta” sia quella di “provocare la caduta del governo democraticamente eletto”), in quel di Caracas la Polizia Nazionale Bolivariana provvedeva – con l’impiego di almeno quaranta mezzi blindati ed un abbondante uso di gas lagrimogeni – a paralizzare l’intero centro della metropoli, per impedire ad un’altra persona democraticamente eletta, la deputata María Corina Machado, l’accesso alla sede della Assemblea Nazionale. E soprattutto perché, nella sua quasi surreale brutalità, quest’episodio può a buon diritto esser considerato (volendo usare la stessa lingua dell’editoriale di Maduro) “the last nail in the coffin”, l’ultimo chiodo che sigilla la bara nella quale giacciono i corpi in putrefazione della Costituzione del 1999 (sì proprio lei, quella del libretto azzurro che i figli dell’eterno amano agitare come simbolo della loro rivoluzione) e, più in generale, dello stato di diritto. O, se si preferisce, l’ultimo atto d’un lungo funerale: quello della democrazia venezuelana. Vale la pena raccontarlo. 

Perché e come María Corina Machado – che tra l’altro è la deputata dell’An che vanta, in assoluto, il maggior numero di voti di preferenze – ha perso il suo seggio parlamentare? La storia è di vecchia data. Da sempre una delle più aggressive e radicali esponenti dell’opposizione (vedi video), María era da tempo, dichiaratamente, nel mirino del presidente dell’Assemblea, il potentissimo capitano Diosdado Cabello, un chavista della prima ora (partecipò al tentato golpe del ’92) che molti (io credo a ragione) ritengono il vero “uomo forte” del regime (in effetti, un vero e proprio gorilla, nel senso che la più triste tradizione golpista latinoamericana attribuisce a questo termine. Ma tornerò sul tema in un altro post). 

Contro la Machado, Diosdado aveva già irosamente aperto, settimane fa,  una procedura tesa a privarla dell’immunità parlamentare, affinché potesse essere giudicata, come merita, per “tradimento alla patria” e “terrorismo”, sulla base di “prove inoppugnabili”. Inoppugnabili, ovviamente, come inoppugnabili sono state, in questi 15 anni, tutte le prove dei golpe, magnicidi e cospirazioni varie denunciate, prima dal comandante eterno e poi, in rossiniano crescendo, dal suo apostolo e figlio, Nicolás Maduro. Di fatto, nulla più della registrazione d’una telefonata nella quale la Machado non fa che ribadire le cose che, da anni, va apertamente dicendo in ogni sede. Ovvero: l’esigenza d’una opposizione più decisa ad un regime che considera una dittatura. Nessun accenno a golpe o a violenze di sorta. Unico vero reato prefigurabile in quella registrazione: la registrazione stessa, ovvia e del tutto illegale violazione del diritto alla privacy. Questo, naturalmente nel caso che fosse ancora la legge a definire, in Venezuela, che cosa sia un reato. 

Avendo il regime il totale controllo del Tribunale Supremo di Giustizia (e, in effetti, di tutta la magistratura), il destino della Machado era a questo punto – prove o non prove – comunque segnato. Ma capitan Diosdado ha da par suo trovato il modo di risparmiare a se stesso e al Paese il fastidio di procedure che potevano rivelarsi spiacevolmente lunghe e non prive di ostacoli (il Psuv, partito di governo, non ha in Parlamento la maggioranza qualificata necessaria per espellere un deputato). Come? Essendo i limiti di spazio concessi ad ogni post molto rigorosi, ed essendo la vicenda – pur semplicissima nel suo essenziale significato – ancora abbastanza lunga e ricca di risvolti, devo, a questo punto, come si usava nei vecchi fumetti, fare ricorso alla classica formula: “sarà ciò che saprete alla prossima puntata”.

La storia, insomma, continua. E non si prevede alcun “happy ending”.