Il “primo” Collare della colomba è un trattato sull’amore e gli amanti dell’arabo andaluso Ibn Hazm, vissuto tra il 994e il 1064. Si tratta di un’importante opera della letteratura arabo-ispanica, composta da brani sulle regole dell’amor cortese, esaltante il culto della donna, la sottomissione dell’essere amato e che lascia intendere una preferenza per l’unione delle anime, anche se spesso scivola nel sensuale.

Il collare della colomba contemporaneo, il romanzo fiume scritto dalla saudita Raja Alem (Marsilio Editori), vincitrice con questo testo del prestigioso Arabic Booker, è una sorta di noir filosofico, anche se relegare quest’opera a un genere è parecchio riduttivo, che investiga sui sentimenti di una nazione costantemente in bilico tra tradizioni ataviche e grossolane modernità.

Ad Aburrùs, antico vicolo della Mecca, giace il cadavere nudo di una donna. Il volto è sfigurato, è impossibile identificarla. Gli abitanti della zona sono scossi, temono che la polizia possa scavare nelle loro vite e portare alla luce segreti custoditi gelosamente. Storie di famiglia, amori proibiti, intrighi di una città preda di società immobiliari senza scrupoli. Incaricato delle indagini, mentre cerca di scoprire chi sia la vittima, l’ispettore Nasser si immerge nelle tormentate esistenze di Aisha e Azza, misteriosamente scomparse dal vicolo poco prima del ritrovamento del corpo. Insegnante ripudiata dal marito, Aisha intratteneva una corrispondenza amorosa con un medico tedesco, mentre alla ribelle Azza erano dedicate le pagine del diario del suo vicino Yusuf, giovane storico ossessionato dalla grandezza del patrimonio artistico e religioso della città più santa dell’Islam. Continuando a cercare la verità sulla donna uccisa, Nasser trova preziosi indizi tra gli scritti di Aisha e Yusuf. Scoprirà quanto la sua antica città sia minacciata dalla corruzione, e capirà che è il suo cuore sacro, la Kaaba, a dover essere salvato dallo scontro tra tradizioni ancestrali e una tensione brutale verso la modernità.

Conosce il Versetto della Luce del Corano? È il mio preferito, lo adoro. Aisha è fortunata, lei è una creatura di luce, una fonte di energia luminosa. Pensi invece a quei sacchi neri che sono le mie sorelle, con i loro corpi gracili e i loro capelli crespi, raccolti sulla nuca come anelli di una catena. Non mi giudichi male, per favore. Se vuole conoscere la mia storia, le dico che mi sono fatto da me. Da solo ho imparato a usare la macchina fotografica, da solo ho memorizzato il Corano, e adesso devo lavorare per aiutare mio padre a mantenere i miei fratelli… la prole infinita dell’imàm… l’imàm che si oppone fermamente al controllo delle nascite.

Un romanzo tra storie, leggende, ossessioni sentimentali, fughe, inseguimenti, misteri, parole sussurrate, parole non dette. La cornice è La Mecca dove la denuncia della scomparsa dell’antica venerabile architettura della città sacra convive con l’illusione di trionfo data dai futuristici grattacieli giganti, dai casermoni fatiscenti e dalla Kaaba d’acciaio. Uno stupendo affresco emotivo capace di tratteggiare mirabilmente la società araba.

Il stretto vicolo, Aburrùs, che significa Vicolo delle Teste, ha il ruolo del narratore onnisciente. Con le sue mille facce vede, ascolta, nasconde particolari, si confonde fra storia, passato, presente, sogni.

Io, Aburrùs, il Vicolo delle Teste, sono il re della respirazione, un titolo che mi sono guadagnato in virtù della mia capacità di sopportare l’insopportabile. Dal momento che non sono mai stato adeguatamente illuminato, ho imparato a sedermi nel buio e a inalare un’aria piena dell’odore rancido dei rifiuti e degli scoli delle fogne, i tipici odori che si inspirano in ogni vicolo dimenticato: la trattengo nei polmoni per qualche minuto, poi, intontito, la espiro lentamente dalla bocca in forma di pettegolezzi, superstizioni e divieti con cui soffoco i miei abitanti, impedendo loro di respirare. A causa delle mie esalazioni metifiche, loro hanno cominciato a rivolgersi alla storia passata come a un tranquillante, essendo incapaci di sopportare oltre lo sbiadito presente, o di comprendere l’era atomica che verrà e da cui saranno schiacciati.

Raja Alem è nata a La Mecca e vive oggi tra Gedda e Parigi. Giornalista e autrice di romanzi e libri per bambini, è considerata tra i più importanti scrittori in lingua araba della sua generazione e ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui il Premio dell’Unesco per i risultati artistici conseguiti e il prestigioso International Prize for Arabic Fiction per Il collare della colomba, in corso di traduzione in diversi paesi. Con la sorella Shadia, artista di fama internazionale, ha fondato un’associazione culturale rivolta al sostegno dell’istruzione e della creatività delle giovani saudite. In un’intervista appara su Editoriaraba l’autrice ha dichiarato: A La Mecca ho visto pellegrini spostarsi di tempio in tempio. Questa forza spirituale ha ispirato la mia immaginazione. Scrivo per esplorarla, per scovare i suoi limiti più remoti e per lasciarmi trasportare da quella forza. I miei romanzi sono un’ estensioni di me stessa. Attraverso di loro mi immergo in mondi che sono antichi e futuristici insieme. Mi rallegra oltrepassare i limiti tra passato, presente e futuro, tra il possibile e l’impossibile, tra la vita e la morte. Cresco grazie ad ogni mio libro e permetto ai miei lettori di crescere a loro volta, come feci io da adolescente leggendo Siddharta di Hermann Hesse. Ricordo che fui molto colpita dalle similitudini tra il suo fiume e ciò che viene espresso nel nostro Corano.