Ieri all’uscita dalla banca (la mia banca etica) in Schumannstraße a Berlino ho notato una lunga serie di ritratti sul marciapiede a 50 metri, con molti fiori e bigliettini vari di tutte le fogge e colori. L’edificio è la sede dell’ambasciata Ucraina: uno più uno, due. Noto una signora, sola in ginocchio, che mette in ordine cercando di abbellire quella triste sfilza di facce, giovani e vecchi, uomini e donne. Mi avvicino le chiedo (in inglese) il più cortesemente possibile cosa ne pensasse di quel massacro. Aggiungo che in Italia ci sono due versioni. La versione ufficiale che racconta di una carneficina su ordine del governo. E una versione ufficiosa che chiama in causa la presenza di agenti sabotatori stranieri che avrebbero aiutato o fomentato la rivolta pro Ue-Usa, o addirittura che avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti facendo ricadere la colpa sui militari filo-governativi. E aggiungo di avere le idee confuse perché non ho informazioni chiare.

La signora si chiama Oksana Motus. Anche se vive da anni a Berlino dove lavora come rappresentante di macchinari sanitari, ha mantenuto vivi i contatti con amici e parenti a Kiev. Mi spiega subito che lei è appena uscita dall’ospedale (a Berlino) dove ha fatto visita ad un poliziotto ucraino ferito in piazza durante gli accadimenti e trasferito subito a Berlino in quei giorni. Mi dice che lei a Kiev ha amici sia dalla parte dei manifestanti sia dalla parte dei poliziotti. Oksana non ha nessun dubbio riguardo la mia domanda perché, lei dice, gli stessi poliziotti lo confermano. Mi dice con la più grande serietà che io abbia mai visto che c’è stato un ordine di aprire il fuoco sui manifestanti giunto direttamente dal Presidente, parola di poliziotti protagonisti della mattanza.

I miei dubbi diventano subito offensivi persino per me stesso, mi sento colpevole di ciò che ho appena chiesto. Quasi per scusarmi chiedo alla signora se lei avesse voglia di ripetere brevemente ciò che mi aveva detto sul marciapiede ad una telecamera, per poi mandare il video in Italia. Ho persino la maldestra idea di proporre il mio aiuto come cameraman dicendole “I can shoot you, if you need”. Lei mi conferma che non ha bisogno di aiuto per farlo perché suo marito ha una telecamera. Fino a lunedì però non avrà il tempo per farlo perché fino ad allora dovrà essere molto presente in ospedale, presso gli altri soldati ucraini feriti.